Home Cronaca di Torino CIE: una bomba accesa nel cuore della città

CIE: una bomba accesa nel cuore della città

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Sembra una caserma, ma non lo è.

In corso Brunelleschi, a Torino, in zona Pozzo Strada e non lontano dall’oasi di verde del parco Ruffini sorge una struttura semi militarizzata, che dà ospitalità (si fa per dire) a ben 180 persone. Si tratta del Cie (centro di identificazione ed espulsione), uno dei 13 presenti in tutta Italia nei quali sono soggiornati, in attesa di espulsione, oltre 1900 immigrati irregolari e/o clandestini (che poi è la stessa cosa). I Centri altro non sono che l’evoluzione dei Cpt (centri di permanenza temporanea), istituiti con la legge Turco-Napolitano nel 1998, per trattenere gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione. All’epoca furono una novità assoluta, perché di fatto per la prima volta in Italia un Governo istituì per legge la detenzione anche in assenza di reati o violazione di norme, il che, al di là del credo politico, stride ancora di più se si leggono i firmatari della ormai famosa legge 12/98, non certo appartenenti a un’ideologia “reazionaria”. In realtà i Centri non sono una peculiarità italiana, dal momento che sono stati istituiti in tutta l’Unione Europea a seguito dei trattati di Shengen del 1995 e poi ancora confermati nella direttiva europea 2008/115/CE (“Norme e procedure comuni per il rimpatrio di immigrati irregolari), nella quale si fa espresso riferimento all’istituzione di “centri di permanenza temporanea”.

Nulla di particolarmente grave, quindi. Non fosse che più volte è stato denunciato (per esempio da Medici Senza Frontiere, oppure da Amnesty International) come i Cie non siano adatti, per come sono istituiti, a svolgere il loro compito: le Ong hanno spesso rilevato insufficiente nell’assistenza medica, ma anche nelle più elementari norme igieniche, nonché violazioni di diritti umani. Amnesty International ha più volte denunciato di non essere riuscita ad entrare nei Cie e di avere ricevuto più di una segnalazione di abusi di matrice razzista ma non solo. Il risultato è che, per esempio nel caso della struttura torinese i Cie diventano catini ribollenti di rabbia, giustificata o meno che sia. E le rivolte, che non sempre vengono “sedate” in tempo prima che possano deflagrare, si ripetono a ritmi regolari: solo negli ultimi mesi se ne ha notizia a settembre, gennaio, marzo e infine maggio. Ultimo, ma non meno importante: il Cie torinese è immerso nel tessuto cittadino; corso Brunelleschi è una via intensamente abitata e ogni rivolta, protesta, sommossa che scoppia nel Centro (spesso aizzata da italianissimi contestatori all’esterno) logora la pazienza dei residenti. Che magari possono essere anche vicini alle motivazioni di chi soffre dentro i Centri, ma che proprio non capiscono per quale motivo una struttura del genere sia stata collocata in questo modo.

 

Andrea Besenzoni

 

 

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