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2 giugno1946: Torino alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica

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Nel giugno del 1946 in Italia c’era ancora poco da scherzare.

La tensione era alle stelle e le fronti dei potenti da una parte e dall’altra sudavano per l’ansia.

Nella giornata del 2 di quel mese e la mattina successiva si era chiesto agli italiani: “preferite repubblica o monarchia?”

Il 5 di giugno, dopo giorni febbrili e notti insonni, non si aveva ancora una risposta chiara.

I palazzi romani diventati fortini della fazione monarchica e di quella repubblicana erano in turbolenta attesa per veglie turbate da notizie schizofreniche e contraddittorie sull’esito che avrebbe modificato senza appello l’assetto istituzionale della Nazione.

1946: Torino alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica

 A Torino, rispetto ad altre città la votazione si svolse in un clima sereno; in altri centri del meridione i sostenitori della Corona scesero in piazza rabbiosi, ingaggiarono battaglie di strada con comunisti e repubblicani e in qualche occasione caramba e madama furono costretti a contenere le agitazioni a raffiche di mitra.

Da noi invece, i monarchici accettarono quasi con rassegnazione il naturale corso degli eventi e i fan della repubblica festeggiarono quello che consideravano come inevitabile, quasi scontato, anche se poi la sfida fu combattuta per diversi giorni a suon di conteggi nel risiko dei seggi.

Il 2 di giugno in città una leggera pioggerella bagnava le ordinate e pazienti fila dei torinesi in coda fuori dalle scuole per mettere quella fatidica “X”, un semplice segno di matita indelebile però come un tatuaggio sulla pelle dello Stato e sul quale era riposto il futuro della corona.

1946: Torino alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica

Dopo pochi giorni ormai era chiaro l’esito del voto e anche se ufficialmente la proclamazione della Repubblica dovette attendere ancora diversi giorni per via di un certo caos nei conteggi nel resto del Paese, drappelli di manifestanti pacifici manifestarono con il tricolore privo dello stemma sabaudo per Via Roma, Piazza San Carlo, addirittura di fronte a Palazzo Reale di Piazza Castello, simbolo per eccellenza del vecchio potere in agonia.

Liberali, socialisti, parte dei democristiani e comunisti gioivano mentre la vecchia aristocrazia sabauda si eclissava nello sconforto, a persiane chiuse.

Era l’inevitabile parabola discendente di un mondo che aveva avuto l’apice meno di un secolo prima, con il Risorgimento e l’Unità d’Italia così voluta dai piemontesi.

Le terre che furono del Regno di Sardegna però, non erano più roccaforte dei Savoia.

La delusione per l’operato di Vittorio Emanuele III durante l’ultimo conflitto mondiale pesò di sicuro anche nelle urne del Nord-Ovest.

I giornali dell’epoca dissero che alle ore 16 del 5 di giugno 1946 i voti per la repubblica furono 309.699 mentre la monarchia si fermò sui 226.688; la percentuale dello “Stellone” a cinque punte era al 57,7% superando nettamente il 42,30% della croce sabauda ormai caduta giù dalla bandiera anche nella città dove s’iniziò a fare l’Italia.

 

Federico Mosso

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