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Torino e la moda: c’è ancora business in riva al Po?

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La storia di Torino è illuminata da numerosi successi in campo creativo ed industriale, successi passati però sotto traccia nell’opinione pubblica italiana ed internazionale e spesso attribuiti ad altre metropoli, più smaliziate e forse più capaci di noi “bugia nen” di attirare su di sé l’attenzione altrui.

Come già ampiamente e minuziosamente descritto  qualche tempo fa (http://www.mole24.it/2011/10/03/torino-sempre-piu-schiava-di-milano-2/ e http://www.mole24.it/2011/09/29/il-grissino-che-salvo-torino-e-le-altre-invenzioni-made-in-to/ ), nella nostra cittadina hanno avuto i natali alcune delle invenzioni più sottovalutate degli ultimi secoli (dai grissini al vermouth, dall’mp3 ai gianduiotti) ed alcuni nostri illustri conterranei hanno avuto le fulgide idee per istituire ed organizzare alcune tra le esperienze fieristiche più importanti d’Europa.

Basti pensare al Salone Internazionale del Libro, al Salone del Gusto, a quello dell’Automobile o ancora alle ammiratissime esposizioni dell’Ente Nazionale della Moda.

Da buoni torinesi, siamo maestri del basso profilo e dopo aver tanto sudato per portare alla luce questi progetti, abbiamo lasciato i meriti ad altri, quasi infastiditi dal successo ottenuto. Forse il più emblematico di questi passaggi di consegne a nostro discapito è quello che riguarda la moda ed in particolare lo slittamento verso est (leggasi Milano) dello status di capitale italiana del settore.
Effettivamente, a partire dagli anni ’60 la nostra Torino ha perso lo smalto dei decenni precedenti ed ha iniziato ad essere snobbata dalle case di alta couture, maggiormente invogliate dal ruolo di polo economico di Milano o culturale di Firenze e Roma. Di quegli anni è la nascita, infatti, della immeritata fama di città grigia e triste, aggettivi che, fortunatamente, chiunque venga a visitare Mole e dintorni smentirà categoricamente in poco tempo.

Le Olimpiadi invernali del 2006 hanno poi sicuramente aiutato l’amministrazione locale a riaccendere i fari dei media di tutto il mondo su di noi e a far riscoprire ai cittadini di paesi lontani quanto possa essere vitale e coinvolgente il capoluogo sabaudo. Questa improvvisa attenzione ha riportato in città alcuni grandi firme dell’abbigliamento internazionale che, con i loro negozi ufficiali, hanno ripopolato il centro storico e non solo.

Abbiamo condotto una veloce ed empirica ricerca su internet per cercare di capire quanto le grandi sartorie considerino Torino strategicamente importante per il loro business e dunque, decidano di investire, aprendo una propria boutique. Abbiamo quindi considerato solo ed esclusivamente i negozi ufficiali, non quelli multimarca, che si trovano nell’area cittadina ed escluso i duty free negli aeroporti. Infine, abbiamo comparato i risultati ottenuti a Torino con quelli di altre due importanti città italiane (Milano e Roma) e con le capitali riconosciute della moda mondiale (Parigi, Londra e New York).

Tabella 1

Come potete notare nella tabella 1, facendo le dovute proporzioni a livello di popolazione e peso economico, i grandi marchi sono presenti in buon numero in città, anche se veniamo “traditi” proprio da alcuni stilisti italiani (Gucci, Versace, Prada e Fendi) che ci preferiscono le grandi metropoli europee ed americane. I francesi Ralph Lauren e YSL, invece, sembrano credere poco al mercato italiano in genere, avendo aperto al massimo un paio di boutique sul territorio dello stivale ed arrivando a snobbare persino la prestigiosa Roma.
Stando a questi dati parziali, ma comunque statisticamente degni di nota, Parigi cede lo scettro di luogo preferito dalle grandi firme a Londra (prima per numero di negozi ufficiali in 8 casi su 14), ma resta in ogni caso una delle aree di maggior successo per questo settore con un totale di oltre 53 esercizi dedicati alla clientela di alto livello.

Vediamo ora come se la cava la nostra Augusta Taurinorum nello stesso tipo di confronto, ma applicato a marchi meno esclusivi, low-cost e/o sportivi tra i più noti.

Tabella 2

Dalla tabella 2 si evince che la situazione in questo segmento dell’abbigliamento è profondamente diversa.
Il margine tra Torino e Milano si riduce sensibilmente, grazie soprattutto al numero doppio di negozi Benetton (24 a 12), mentre permangono alcune lacune notevoli su una certa categoria di firme, forse un po’ di nicchia (Quick Silver, Puma, Lee).
A Roma, invece, i brand di questo target più giovanile ed economico sembrano puntare moltissimo, subissando la capitale con oltre 120 attività aperte tra cui spiccano ancora Benetton, Timberland e Sisley, le cui insegne sono spesso in numero doppio o triplo rispetto a Parigi, Londra o New York.
Francia ed Inghilterra si difendono comunque bene, mettendo a referto alcune importanti presenze tra i colossi del low cost, Mango, Zara ed H&M su tutti.
Proprio quest’ultimo brand, lanciato in Svezia nel 1952, ma espansosi a macchia d’olio negli States a partire dal 2000, domina la scena nella Grande Mela, con il ragguardevole record di 34 negozi Hennes & Mauritz.

Lasciando per un attimo da parte le statistiche, possiamo dire che Torino non è sparita dai radar delle grandi firme di moda e si difende più che bene anche quando si tratta di marchi accessibili e meno elitari.
La rinascita di Torino forse è davvero iniziata nel 2006, ma ora sta a noi continuare il processo di crescita e di aumento della visibilità della nostra splendida e spesso ignorata città, mettendo da parte il nostro carattere da eremiti di montagna e provando a svelarne la bellezza e le potenzialità anche ai “forestieri”.

Ora scusate, ma vado a bermi un Bicerin all’Osteria “Gianduja”…

Marco Parella

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