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Il quartiere M2: da orgoglio a piccolo ghetto

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Il quartiere M2: da orgoglio a piccolo ghetto

 

Nel 1926 Torino era in piena crescita industriale grazie alla spinta propulsiva della Fiat e alle politiche incentivanti dell’amministrazione comunale dell’epoca, ma questo boom di posti di lavoro veniva contrastato dalla penuria di alloggi a buon prezzo nei dintorni degli stabilimenti.

La fortissima richiesta di case popolari che la Commissione Interna Operaia, Sezione Automobili, riceveva da qualche anno in misura crescente, convinse la famiglia Agnelli ad iniziare una proficua collaborazione con il Comune torinese. In cambio della cessione di alcuni lotti di terreno, specificatamente 118.000 m2 compresi tra Corso Agnelli, corso Tazzoli, via Eleonora d’Arborea e via Dina, l’amministrazione municipale si impegnò a costruirvi alcuni nuovi lotti residenziali ed a realizzare una serie di infrastrutture stradali (sottopassaggio del Lingotto) e ferroviarie nella zona circostante la fabbrica automobilistica. Nacque così il quartiere M2, strutturato con isolati a corte chiusa circondata da palazzine a tre o quattro piani, le cui abitazioni, antistanti lo stabilimento di Mirafiori, furono assegnate in larga parte alle maestranze Fiat.

Dopo più di 80 anni il degrado ha pervaso la gran parte degli oltre 300 alloggi (da 40 o 60 m2) del blocco, rendendo il quartiere M2 un ghetto urbano spettrale e silenzioso. Molti dei vecchi inquilini se ne sono andati, alcuni spontaneamente, altri sgomberati direttamente dalle forze dell’ordine; gli appartamenti sfitti e deserti sono ormai innumerevoli e la polizia ha dovuto murare porte e finestre per impedire a senza tetto e tossici di farne la loro spoglia dimora. Il ricambio generazionale è pressoché nullo e dunque l’età media nella zona non accenna a scendere, al contrario, invece del tasso di immigrazione, attestatosi ora intorno all’8%.

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Le recenti giunte susseguitesi nel corso degli anni hanno approvato generosi ed efficaci programmi di riqualificazione urbana nelle aree circostanti, vedasi il sorgere della futuristica struttura del Palaghiaccio Tazzoli o la ristrutturazione dell’area mercato di piazza Livio Bianco, ma finalmente ora sembra sia la volta di questo quartiere, colpevolmente dimenticato per decenni.

Con l’amministrazione Fassino, fu realizzato un apposito Contratto di Quartiere (programma speciale di intervento deciso in comunione dalle istituzioni europee, statali e comunali) che doveva investire gli isolati di via Giacomo Dina e dintorni con tre obiettivi principali:
– Riqualificazione fisica degli spazi abitativi;
– Riqualificazione fisica degli spazi pubblici destinati ai servizi;
– Interventi socio-economici volti al miglioramento della qualità di vita delle persone anziane, a stimolare il protagonismo giovanile e a creare nuove opportunità di lavoro.
Le attività furono seguite dai cittadini presso il Laboratorio Dina, sportello informativo e d’ascolto, che si proponeva come punto di riferimento per gli abitanti, sito in via Lamberto De Bernardi 2. Un progetto interessante, che dava modo ai residenti anche di essere coinvolti attraverso il contatto diretto con gli operatori in loco e la partecipazione alle periodiche attività sociali e di confronto, utili a coinvolgere i beneficiari di quest’opera attesa da anni.

Fiat a parte, sarebbe veramente un peccato non riportare a nuova vita un angolo di Torino che ha dato tanto a questa città e che era il fiore all’occhiello dell’edilizia popolare cittadina del secolo scorso.

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Marco Parella



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