Home Innovazione Così Facebook ha cambiato la vita dei torinesi

Così Facebook ha cambiato la vita dei torinesi

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Morto e sepolto il tempo in cui il lattaio ti cambiava la bottiglietta sull’uscio (per gli oltranzisti della nostalgia, ricordiamo che erano i medesimi tempi in cui c’era il vaiolo), gli esercizi commerciali hanno abbracciato con entusiasmo – talvolta vero e talvolta di facciata – le nuove tecnologie. Rimandando al futuro la trattazione delle pizzerie con i tablet al posto dei menù, ci concentriamo sull’aspetto più controverso, ma indubbiamente più permeante, dell’innovazione maggiore degli anni ’10 del ventunesimo secolo.
Siamo di nuovo qui, a girare attorno ai social network: il peggio, la morte dei rapporti sociali, la fine del contatto umano, la negazione del calore, l’apologia dell’inutile. E perciò, tutti li usiamo, qualcuno anche in tandem, in triplete, in poker anzi no: pokerissimo! Giocoforza, i locali si son prestati. Come cambia, dunque, l’antica arte del “vendere roba”? In città, dal Quadrilatero a San Salvario, le idee sono chiare. Sono tantissimi i locali che hanno la propria pagina Facebook, in cui riuniscono la clientela abituale, chiacchierano a distanza con gli avventori, pubblicano annunci di serate memorabili. Si, sono gli “eventi”. Provate a pensare se nel ’98 aveste detto: “Questa sera partecipo a un evento”. L’interlocutore avrebbe pensato “Questo qui va a cena al Quirinale, lo han chiamato alla partenza dello shuttle, ha un posto in prima fila per la resurrezione dei morti, niente di meno”. Perché, se le parole hanno un senso, un evento è un evento. È una miscellanea di stupore, euforia, a tratti persino paura; è unico, irripetibile e per definizione imperdibile.
Oggi, tempo in cui alla fin fine le sigarette hanno lo stesso sapore di ieri, gli eventi sono ordinari. I locali facebookizzati ne creano in media uno ogni dieci giorni, spammando (verbo orrendo dal significato se possibile ancora più fastidioso) appuntamenti su appuntamenti. I clienti ne vengono a conoscenza e decidono di organizzare la serata.
Altri locali suggeriscono agli avventori di taggarsi in loco, utilizzando uno smartphone: Marco Rossi è qui, e si sta bevendo un caffè in un cartone; Viviana Messori invece è sbronza come una tegola nel tal locale di piazza Vittorio, per non parlare di Antonio Martufello che la sta tampinando senza alcun decoro e le sta pagando un altro giro da bere.
Qualcuno sta pensando di fornire le proprie quattro mura addirittura di QR Code, in modo da reindirizzare immediatamente sulla propria pagina social o nientemeno sul proprio sito internet. Le vie della rete sono infinite, e in tempi i cui mancano i soldi si battono anche quelle.

Umberto Mangiardi

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