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Torino ed i Reverendi

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Va così: il Diretùr di codesto Magazine mi propone via mail di scrivere un pezzo su quel che succede al lato sx dei Murazzi da una domenica a questa parte, dice che si chiama ROCK AROUND THE BOX, (“with Reverendi” aggiungo io col pensiero, visto che so già di che si tratta),
rispondo che me ne occupo volentieri, in due parole: led acceso.

Dani C è il frontman dei Reverendi mica Roger Waters, è per questo motivo che decido io dove incontrarlo, e allora niente vino pregiato e donne mezze nude che girano per casa appena sveglie, zero appuntamento in studio dov’è in lavorazione l’ep di debutto Meno È Sempre Più, ci vuole un luogo alternativo, un posto underground, sentenzio che non ci può essere niente di più “sotterraneo” di una chiesa, e con quel nome poi, voilà.

Quartiere Vanchiglia (lo stesso del Magazzino sul Po dov’è il rock around the box, n.d.r.), chiesa di Santa Giulia: Daniele che viene a sedersi sulla mia panca con in dosso la sua giacca di Reverendo sancisce definitivamente che incontrarci altrove non sarebbe stato altrettanto figo. Ci conosciamo già io e Dani, sappiamo di non avere molto tempo a disposizione, ci deve stare pure un caffé e così parto con

la prima domanda: cos’è ROCK AROUND THE BOX?

– È una festa, una festa tra amici! E ci sono amici che suonano, amici che ascoltano, amici che cucinano, amici che bevono, che servono da bere e, a quanto vedo, anche amici che scrivono di queste serate. Grazie alla disponibilità del Magazzino Sul Po ci siamo buttati in quest’avventura che si sviluppa su sette serate (sette come i brani del nostro EP). Abbiamo scelto le 18:00 della domenica come orario alternativo a quello classico in cui si svolgono i concerti e abbiamo contestualmente identificato una formula nuova rispetto all’idea di “solito aperitivo”. Per noi è un campo di prova: suoniamo in anteprima i brani che stiamo finendo di registrare da Liba e proponiamo al pubblico di commentarli “live”, di lasciare un pensiero sulle mattonelle di marmo che abbiamo recuperato al cimitero di Corso Regio Parco. E poi, come ti ho accennato prima, allo show intervengono numerosi amici musicisti che abbiamo invitato ad esibirsi prima e dopo di noi.

Seconda domanda: ma lì c’è un porcaro? Sai i drinks sono buoni, ma a quell’ora un boccone ci vuole.

– Macché porcaro! La domenica quelli dormono. Durante questo happy hour domenicale gli amici del Circolo Arci Bazura confezionano “box” in cartone contenenti le specialità della loro cucina, le ragazze del bar del Magazzino mesciano birra a fiumi e tra una sigaretta al tramonto e una chiacchiera sul palco si anima la serata.

Terza: dicono di voi che siete “brit”, a me invece sembrate più “americani”, la domanda è: “in che cosa vi sentite Italiani e in che cosa Torinesi?”

– Italiani, Torinesi, di San Salvario, provinciali, nella nostra musica c’è tutto quello che abbiamo vissuto: c’è l’America, c’è l’Inghilterra e c’è tanta Torino. Noi amiamo alla follia Torino, ma è un punto, fuori c’è un oceano immenso. Quello che siamo è il sunto di tante influenze che ci hanno portato a unire in un’unica traccia (essendo l’ep un Concept) ciò che ci muove e ci emoziona, un linguaggio musicale nostro. Nel 2012 mi piacerebbe poter respirare l’Europa e il mondo senza dover catalogare la musica con stereotipi a mio parere sorpassati come “brit”, “indie” ecc ecc…

Quarta domanda: date la sensazione di non essere la solita band che pensa solo a suonare, non temi che in fase di “promoting” un approccio sofisticato/moderno come questo possa farvi apparire meno puri e duri?

– Mah, tu dici promoting, io dico che la nostra è una band che esiste da poco, gli strumenti che abbiamo per farci conoscere sono la musica, internet e un’idea di “contest” votato ad attirare e coinvolgere un pubblico piuttosto che andarlo a cercare con strategie di lancio tradizionali, in questo senso ROCK AROUND THE BOX è un modo alternativo di presentarsi sulla piazza, il nostro modo, e se c’è qualcuno che pensa che così la “purezza” sia messa in discussione è una sua opinione. Se poi questo qualcuno è pure uno che suona, allora che faccia pure le sue mosse, ognuno sfrutti le idee e le energie che possiede.

Quinta domanda: quanto tempo pensate che passerà prima che entri nella band un quarto elemento, uno che apporti soluzioni di piano, synth e compagnia bella?

– Diciamo che la formazione “a tre” ci piace molto e la stiamo testando sul palco, un quarto elemento magari potrà saltare fuori, ad essere sincero i synth non saprei, forse un’altra chitarra, chissà, è tutto in divenire, quel che è sicuro è che i Reverendi per ora rimangono tre.

Sesta domanda: avete un nome che fa pensare ad un “credo”, siete portatori di un messaggio definito o è solo un gioco? Dai, dillo, volete farci la predica…

– E’ un po’ tutto quello che hai detto. Abbiamo un nome che evoca immagini, esattamente come la nostra musica. È tutta una provocazione, non c’è predica, è tutto un vortice di contenuti volti a suscitare una qualsivoglia reazione. Un po’ ci identifichiamo nella contraddizione, un po’ nella rabbia, un po’ nell’ironia. Siamo di questo mondo e ci nutriamo di tutto ciò di cui è costituito. Quale rabbiosa contraddizione ironica se non quella evocata dal nostro nome?

Io avrei finito, ma voglio arrivare a sette, sette come i brani di Meno È Sempre Più, ecco l’ultima domanda: Dani, è un po’ che te lo voglio chiedere, ti piace la menta?

– Credo che domani andrò al cinema.

Usciamo, tutti e due prendiamo ognuno il suo telefonino e togliamo la modalità “silenzioso”, lui vive col telefono in mano, dalla sua faccia mentre guarda messaggi e chiamate perse capisco che non c’è tempo per quel caffé, ciao Dani ci vediamo domenica.

Intervista a cura di Ale Sottile

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