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La scatola del tempo nascosta sotto l’obelisco

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scatola del tempo torino
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Il 1853 fu un anno di grandi cambiamenti per la città di Torino ed in particolare per piazza Susina, all’epoca conosciuta volgarmente come piazza Paesana ed oggi nota come piazza Savoia.

Oltre al già citato palazzo Saluzzo Paesana sulla cui triste storia abbiamo già scritto, esiste un secondo mistero che si cela alla base del monumento che contraddistingue lo slargo cittadino.

In quell’anno, oltre all’inaugurazione del caffè “Alpi”, futuro cinema omonimo e grande punto di richiamo culturale della zona, vide la luce l’obelisco che doveva celebrare l’entrata in vigore della legge Siccardi che aboliva il foro ecclesiastico.

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Tale provvedimento, che prendeva il nome dal Ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca, segnava il trasferimento ai tribunali civili di tutte le cause giudiziarie che toccassero ecclesiastici, un evento che aveva diviso i cittadini torinesi e che era ancora motivo di dissapori e contrasti.

Il monumento che stona non poco con lo stile subalpino per la sua fredda nudità, fu il frutto di una sottoscrizione popolare iniziata dal quotidiano “la Gazzetta del Popolo”.

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Questa iniziativa spontanea coinvolse numerose realtà come i singoli abitanti e svariati municipi dell’antico Piemonte.

Vi fu ovviamente una gara di progetti e, anche se a vincere fu il disegno dello scultore Simonetta, si optò per il più economico monumento del pittore Quarenghi.

La sottoscrizione aveva fruttato difatti 70.000 Lire, cifra non sufficiente alla realizzazione delle quattro statue che avrebbero dovuto ornare originariamente l’obelisco.

A seguito di numerose diatribe sulla collocazione dell’opera commemorativa e supposizioni quali piazza Carignano e piazza S. Giovanni, si optò quindi per piazza Susina, facente parte del terzo ingrandimento della città e che prendeva il nome dalla omonima porta fiancheggiata da torri, che si collocava nel XVI secolo, sulla crociera che da via della Consolata immette in corso Siccardi.

Il vero segreto nascosto però si trova sottoterra, perpendicolarmente all’obelisco.

In una cassa di legno vennero infatti sepolti vari oggetti dal significato simbolico.

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All’interno di questa “scatola del tempo” vi sono ancora oggi i numeri 141 e 142 de “la Gazzetta del Popolo”, contenenti l’invito alla suddetta sottoscrizione e il progetto della stele, alcune monete dell’epoca, come si era soliti deporre all’epoca nella prima pietra degli edifici, un chilogrammo di riso, una bottiglia di Barbera ed un fascio di grissini, a rappresentare i prodotti delle terre locali.

Il monumento non mancò di suscitare critiche estetiche e diede anche vita ad alcune superstizioni: la frase incisa sulla superficie che più risalta, ovvero “la legge è uguale per tutti”, puntava dritta in direzione del cimitero generale, un monito che lasciava spazio a non poca ilarità.

L’obelisco tornò agli onori della cronaca in periodo di guerra, quando venne danneggiato prima dai bombardamenti e poi da alcuni colpi di arma da fuoco.

Nella primavera del 1945, quando imperversavano le ultime battaglie per la liberazione di Torino, alcuni soldati tedeschi, prima di lasciare la città, spararono alcuni colpi verso il monumento.

Il segno di sfregio venne rivolto, a loro insaputa, verso una delle opere di minor pregio di tutto il Piemonte e i successivi lavori di restauro non trovarono difficoltà oggettive o motivi di grandi spese.

Ancora una volta, il monumento diede prova di un certo involontario sarcasmo.

 

Michele Albera

 

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