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La lunga storia della La Marmora: una caserma senza futuro

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Lungo la stretta via Asti si erge maestosa la facciata di un austero edificio che nell’ultimo secolo è stato più volte protagonista della storia torinese e teatro di eventi non sempre felici. E’ la caserma Lamarmora.
Eretta nel 1888 e battezzata caserma Dogali ospitò, tra il 1922 e il 1942, il reparto dei bersaglieri ciclisti cambiando nome in caserma Lamarmora. Dopo l’8 settembre 1943 divenne quartier generale dell’Ufficio politico investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana. Nelle cantine trasformate in celle vennero imprigionati, torturati e giustiziati, prigionieri politici, partigiani e dissidenti.
Più tardi, nel 1978, la storia della caserma si lega a quella degli Anni di Piombo. L’8 marzo, dopo due anni costellati di omicidi e rinvii, riprende il maxi processo al nucleo storico delle Br in un’aula bunker allestita proprio all’interno della caserma protetta da 4mila uomini in assetto da guerra, dalle teste di cuoio, da 900 uomini del servizio scorte e dai tiratori scelti appostati sui tetti delle case vicine. Nel corso del processo, il 10 maggio 1978, il capo storico delle Br Renato Curcio rivendicherà pubblicamente l’assassinio di Aldo Moro, il cui cadavere è stato rinvenuto il giorno precedente nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a Roma. Il 23 giugno il presidente della Corte d’Assise pronuncerà la condanna per gli 11 imputati detenuti.
Negli ultimi 20 anni la caserma è in stato di abbandono e in attesa di una riqualificazione. Dopo essere stata temporaneamente riconvertita, nel 2009-2010, a centro di accoglienza per fronteggiare l’emergenza sociale dei profughi del Corno d’Africa è stata utilizzata dagli alpini come quartiere generale per l’organizzazione dell’Adunata nazionale del 2011. Gli ultimi “inquilini” sono stati i volontari della comunità di Emmaus.
Da diversi anni, ogni 25 aprile, la caserma ospita una cerimonia di commemorazione per i partigiani giustiziati al suo interno tra il 1943 e il 1945 ed è uno dei poli del museo diffuso della Resistenza.

Ettore Ortis

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