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Il Toro, il popolo granata e la A (quasi) ritrovata

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Indescrivibile.
Questa è la prima parola che mi viene in mente pensando a stasera. La sera del Toro.
Il Torino ha vinto 3 a 0 (D’Ambrosio di testa, Basha e poi Meggiorini) contro il Sassuolo terzo in classifica e ora è a +5 sui modenesi e con un piede e mezzo in serie A.
Non mi interessa parlare della partita, per quanto ai miei occhi sia stata forse una delle migliori prestazioni collettive di questi ultimi tre anni di purgatorio, ma vorrei tentare di spiegare a chi non c’era quanto è successo dopo.

Al triplice fischio la gioia è stata immensa per tutti, pubblico e giocatori. Si respirava un’emozione diversa dalle altre vittorie, un’aria frizzantina che non si avvertiva da tempo da queste parti. Sarà stata l’enorme attesa per questo scontro diretto che valeva tantissimo, sarà stato il pienone all’Olimpico, stracolmo in ogni ordine di posto (senza dubbio record di presenze stagionale) o sarà forse merito del modo in cui questi tre punti sono maturati, con un Toro arrabbiato e mai domo che ha dominato in lungo ed in largo, non soffrendo mai l’avversario. Fatto sta che mentre i giocatori si incamminavano verso la Maratona per il rituale ringraziamento, la gente iniziava ad assieparsi spontaneamente sui divisori delle tribune, qualcuno scavalcava, vi si sedeva in cima e tutti aspettavano qualcosa …
Nessuno ha impartito un ordine o ha dato il via, ma in pochi minuti la marea granata si è riversata in campo. Non siamo ancora in A, per la certezza matematica bisogna attendere ancora un punto, ma l’emozione di essere così vicini al traguardo ci ha preso la mano e ci ha portati uno per uno sull’erba verde insieme ai nostri beniamini!
È stata una cosa del tutto inaspettata, spontanea e gioiosa ed è questo il bello! Se domenica contro il Modena si guadagnerà quel punto famoso, sarà di nuovo festa, in campo ed in città, ma le immagini di questa sera mi hanno davvero riappacificato con la vera essenza del tifo. Tutta la squadra, titolari, riserve, staff e allenatore raccolti a centrocampo a saltellare, stretti stretti, consci dell’impresa e poi via verso la curva, più uniti che mai; gli steward che tentano di arginare il fiume di persone in arrivo dagli spalti e che poi capiscono l’inutilità del gesto e si fanno da parte; il campo completamente ricoperto dai colori e dalle bandiere granata tanto da sembrare un tappeto in movimento e lo stesso campo liberato in pochi minuti al primo invito garbato dello speaker, per non rischiare la squalifica e non guastare così l’ipotetica (toccatevi) festa di domenica .
E prima ancora i brividi nel vedere la faccia fanciullesca e sorridente di Basha dopo la rete e la sua corsa a perdifiato inseguito dai compagni, gli applausi sinceri ad ogni tocco di palla di Agelino Ogbonna (semplicemente perfetto), i discorsi dei tifosi vicino a me durante e dopo la partita, carichi di speranza e di sogni.

La piazza granata non è facile per i giocatori. Il pubblico è appassionato, caloroso, ma subito pronto a puntare il dito e se non si possiede una tempra d’acciaio, spesso si rischia di fallire qui. La storia, soprattutto quella recente, è zeppa di esempi di giocatori che a dispetto delle grandi aspettative hanno deluso e non sono riusciti ad esprimersi al meglio nel Toro. Le ragioni possono essere molteplici, ma il fattore ambientale sicuramente è una di quelle. Questi ragazzi sembrano invece aver trovato un’unità d’intenti rara e gli abbracci a fine gara non sembrano quelli di circostanza a cui siamo abituati, ma hanno tutta l’aria di nascere da una forza interiore del gruppo incrollabile e matura.

Essere del Toro a Torino, però, non è facile nemmeno per i tifosi, per quel milione e passa di persone che dei colori degli Invincibili ne fa una malattia. Non è facile dover convivere con un passato glorioso che si scontra con un presente spesso non all’altezza, non è facile vivere sempre in tensione perché, come la nostra storia ci insegna, ad un momento d’oro corrisponderà sempre un duro colpo infertoci dalla sorte; non è semplice litigare tra di noi perché le cocenti delusioni hanno piagato i nostri animi e la nostra fiducia nella società, nel sistema e nei nostri stessi fratelli; non è facile essere dimenticati dai media in favore di alcuni non meglio definiti “cugini” (io non ho parenti) più ricchi, più potenti laddove conta e, ahinoi, più vincenti. Non è invidia questa, badate bene, è la consapevolezza di essere differenti e l’orgoglio di voler continuare ad esserlo.

Dopo la rumorosa assenza di colori che ha pervaso il centro cittadino solo qualche giorno fa, questa estemporanea manifestazione di gioia granata è stato un toccasana per i cuori dei tifosi torinisti. E se vogliamo veramente dimostrare di essere diversi, di essere unici, allora se domenica prossima sarà davvero serie A, cerchiamo di ricordarci questo clima e questa voglia di Toro quando inonderemo il centro. Non ci serve altro.

Marco Parella

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