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14 maggio 1706: inizia l’assedio di Torino

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13 maggio 1706: Torino si preparava all'assedio
13 maggio 1706: Torino si preparava all'assedio

Torino, primavera-estate dell’anno 1706.

Tra il 13 ed il 14 maggio la terra intorno alla capitale del Ducato di Savoia tremava sotto gli stivali di quarantamila soldati in avvicinamento.

Era un’orda minacciosa ed aggressiva, con l’ordine di assaltare ed espugnare l’ultimo baluardo piemontese prima della vittoria definitiva su Vittorio Amedeo II, sovrano di un territorio per la maggior parte divorato dagli invasori di Francia e dal pugno di ferro di Luigi XIV, il Re Sole, che ambiva ad imporre suo nipote Filippo di Borbone sul trono di Spagna aprendo i giochi di guerra contro gli avversari Asburgo, alleati degli inglesi, dei portoghesi, dei danesi, degli olandesi e dei piemontesi.

Per dodici anni, dal 1701 al 1713, l’Europa fu sconquassata da eserciti in marcia e boati d’artiglieria, in quella che gli storici battezzarono come guerra di Successione spagnola.

Quel 14 maggio del 1706, il conflitto, portato dall’armata franco-spagnola, giunse anche per i torinesi, asserragliati dentro le mura della città.

Dai bastioni, gli sguardi preoccupati della gente osservavano le schiere nemiche che stringevano il cappio intorno alla capitale, sfilando sotto le insegne con i gigli d’oro a ritmo marziale di tamburi, montando accampamenti, scavando trincee, gettando ponti militari sulla Dora, in un laborioso formicolio bellico.

Sopra le manovre militari, il cielo diede il suo auspicio.

Un’eclissi solare mutò il giorno in notte, oscurando il Sole, simbolo di Luigi XIV, e mostrò brillante nelle tenebre di mezzogiorno la Costellazione del Toro come una magia celeste che faceva il tifo per gli assediati.

13 maggio 1706: Torino si preparava all'assedio

Il Duca La Feuillade, maresciallo di Francia giovane ed arrogante, imparruccato all’ ultima moda di Parigi, snobbò l’evento dell’eclissi con un’alzata di spalle.

Dal suo punto d’osservazione in collina, in groppa ad un magnifico destriero bianco e affiancato dai suoi vice, pareva che con aria spocchiosa volesse lanciare occhiate di sfida ai suoi avversari in quella violenta partita a scacchi.

Dall’altra parte, sui camminamenti della Cittadella, validissima fortificazione pentagonale, il Duca Vittorio Amedeo di Savoia e il comandante della piazza di Torino, Virico von Daun, circondati dai loro ufficiali, accettarono il duello.

I gallispani scavarono giorno e notte. Chilometri di trincee sfregiarono il terreno; era una rete di sentieri protetti volta ad avvicinarsi all’ombra delle mura per fornire rifugio agli artiglieri e spostare battaglioni d’assalto.

Nella notte tra l’8 e il 9 giugno incominciò la tempesta di fuoco.

In quell’assedio migliaia di ordigni tra palle di cannone, proiettili esplosivi, bombe incendiarie alla pece e granate di mortaio piovvero sulla città martellando le sue forti mura, tirando giù i campanili, bucando tetti e devastando i palazzi.

La città fu picchiata innumerevoli volte, le notti s’incendiavano e le strade vennero squassate dai botti.

13 maggio 1706: Torino si preparava all'assedio

Devastante fu il crudele regalo che i reggimenti spagnoli vollero fare alla città in occasione di San Giacomo, loro protettore, il 25 luglio di quell’estate incandescente. In memoria dei 12 apostoli, 12 bombe abnormi, spaventose, si alzarono da un super-cannone, un’arma speciale e malvagia, per piombare con cattiveria sugli assediati per farli tremare ancor di più.

Era un cielo pericoloso quello dell’estate del 1706; un cielo trafficato dal tiro incrociato delle squadre d’artiglieria dei francesi dai volti fuligginosi.

Per ragioni strategiche, il Duca, detto anche “la volpe savoiarda”, lasciò Torino alla testa di 4.000 cavalieri, il 17 giugno.

Iniziarono mesi di guerriglia a cavallo, fatta di colpi di mano, di agguati mordi e fuggi con l’obiettivo di snervare il nemico, di punzecchiargli le retrovie, di fiatargli sul collo e graffiarlo con la sciabola dei dragoni azzurri, in attesa dei rinforzi degli Asburgo capitanati dal mitico Prinz Eugen.

La vita in città cambiava abitudini.

Le 120 osterie ed alberghi soffrivano dell’inevitabile crisi.

Le locande del Bue Rosso, della Rosa Rossa, del Gamber d’Oro, dello Scudo di Francia, del Cappel Verde, dell’Inferno, delle Tre Colombe, dello Struzzo e dei Due Bastoni erano naturalmente a corto di buona clientela.

Chi prosperava erano i tenutari delle case chiuse, chiamati dai cronisti dell’epoca come gli “innominati”.

Le vie cittadine accolsero in quei mesi difficili una moltitudine di soldati lontani dalle proprie case: molti erano piemontesi della provincia, altri erano mercenari stranieri, altri ancora austriaci e tedeschi alleati.

Nei bordelli e nelle bettole del quadrilatero, la truppa si svagava con semplici ma sempreverdi passatempi come ettolitri di vino, giochi d’azzardo, risse a sediate e le immancabili meretrici, richiestissime in quelle turbolenti settimane.

13 maggio 1706: Torino si preparava all'assedio

Oltre alla battaglia di superficie ce ne fu un’altra combattuta sottoterra. La ricordiamo come la “guerra delle talpe”.

Prima dell’arrivo del nemico, i nostri scavarono un profondo sistema di gallerie, un’opera d’ingegneria sotterranea che nulla aveva da invidiare ai celebri tunnel vietcong nella guerra del sud-est asiatico degli anni ’60 e ’70 del Novecento.

Le gallerie erano costruite su due livelli che partivano dalla roccaforte della Cittadella per estendersi verso la campagna, sotto i piedi del francese. Il primo livello era chiamato “di mina” e serviva per piazzare dei bei petardoni sotto le postazioni del nemico e farli saltare in aria in mille pezzetti.

Il secondo era quello “di contromina” ed era usato per distruggere il primo livello se questo fosse caduto in mano degli avversari.

Nel buio delle gallerie si combatterono lotte furibonde, davvero all’ultimo sangue.

In uno spazio ristretto illuminato solo da torce e dai lampi dei moschetti, tra un mucchio selvaggio di pugni, picconate tra gli occhi, pistolettate a bruciapelo e bestiali imprecazioni franco-piemontesi che facevano piangere i santi, assediati e assedianti si davano botte da orbi, inseguendosi come gatto e topo, sbucando alle spalle con il pugnale fra i denti, calandosi per buchi armati di accette e pale, asserragliandosi in tane.

Era l’habitat naturale per le truppe speciali dell’epoca, gli uomini talpa delle compagnie minatori di cui faceva parte il nostro famoso eroe Pietro Micca. I tunnel furono un’indispensabile arma di difesa attiva della città, non era raro in quelle giornate vedere cannoni e uomini spiccare il volo a seguito di un bel botto da sotto la terra.

A fine agosto Vittorio Amedeo riuscì ad abbracciare suo cugino Eugenio, il Prinz Eugen, capo guerra d’esperienza e coraggio che aveva marciato per il nord Italia alla testa di 20.000 imperiali pronti a menar le mani con i gallispani.

13 maggio 1706: Torino si preparava all'assedio

Il 7 settembre fu combattuto lo scontro finale. L’ordine di battaglia degli austro-sabaudi cominciò a muoversi in gigantesche schiere. 24.000 fanti e 6.000 cavalieri si mossero verso i franco-spagnoli, ora forti di 45.000 unità dopo l’arrivo del principe Filippo d’Orleans.

Tra la Dora e la Stura si consumò la lotta furibonda annunciata da tre colpi di cannone, il fischio d’inizio della partita mortale che i torinesi, come accesi tifosi su spalti, si vollero godere dai tetti e dai bastioni della città. L’intraprendenza del principe Eugenio e l’instancabile voglia di battersi in prima linea tra i suoi dragoni del duca Vittorio Amedeo furono determinanti nelle continue manovre d’attacco contro il nemico che arretrò dolorante.

Scontri rabbiosi e mischie furibonde si susseguirono per tutto il giorno ma i nostri ebbero la meglio. L’esercito nemico, senza più un comando, perse la testa e migliaia di uomini, terrorizzati, si misero a correre in fuga nella maniera più spontanea e disordinata possibile, chi abbandonando cannoni, chi affogando nella Dora, chi inseguito da bande di contadini con la schiuma alla bocca e i forconi ben affilati.

Torino era salva, la gloria fu internazionale. Fu senza dubbio uno dei momenti più alti della nostra città, la grande storia d’Europa aveva avuto il suo corso sotto le sue mura.

Federico Mosso

 

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