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Daniele Celona: la giovane canzone d’autore che nasce all’ombra della Mole

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Daniele Celona fiori e demoni Torino
Daniele Celona fiori e demoni Torino

Ho avvistato per la prima volta Daniele Celona al reading di Denti Guasti di Matteo De Simone: alternandosi alla chitarra e al piano, accompagnava la lettura di alcuni stralci di romanzo operata dall’autore stesso e, udite udite, da Pierpaolo Capovilla.
Finita la performance, al banchetto per il libro (e con quella musica ancora nelle orecchie) ho acquistato una copia di Fiori e Demoni. L’ho ascoltato tutto di filato guidando piano fino a casa e anche dopo aver parcheggiato, nonostante l’ora piccola causa lunga permanenza al simposio fuori dal locale con Mister Capovilla.
La scelta di Ninna Nanna come brano di accesso nel suo mondo è senza dubbio felice, per dirla come lui: al primo impatto si rimane “fottuti” dal momento che me lo facevo più acerbo, più incerto, più piccolo. Si aggiungano la sorpresa per la sostanza del testo e l’energia di un suono scaltro, adulto, sinceramente inaspettato.
Mille Colori è perentoria, immagino messa lì apposta per rassicurare sul fatto che la prima impressione è quella giusta, per farti dire che sono soldi spesi bene, che hai avuto fiuto (oppure culo), ma anche per presentare, oltre ai demoni, i fiori: davvero originale scomporre la parola “amore” in sillabe per dirla senza dirlo.
L’attacco di Acqua promette un’altra bella canzone, il tenore rimane alto, qui si apprende che Daniele oltre agli affari suoi canta le storie che lo circondano, qui mostra gli occhi e nel ritornello esprime in pieno la sua vocalità e il pathos che si porta dentro.
L’Alabastro di Agnese offre un clima più mite. L’espressione si fa più ironica, la musica più frivola e le reminescenze di pop-rock italiano più tradizionali. Il giusto brano che, complice “il petto della bella del paese”, porta un po’ di relax in vista di nuove tensioni.
I fiori e i demoni, queste le forme di vita che popolano l’album. Le tinte sono forti, Daniele si è fatto aiutare da musicisti abili e fidati per attenuarle o esasperarle ad arte e Luna è un buon brano per farsene un’idea.
Cremisi parte eterea per chissà dove ma poi piega all’improvviso verso la nuova voga del sound nostrano, Teatro degli Orrori e Ministri su tutti per capirci, tutta salute.
Lo Straniero interrompe gli itinerari più battuti (quelli in città n.d.r.) e porta in terre più remote, dove sono le radici, le cose dell’infanzia, il vento che scompiglia i capelli e batte panorami ammirati in solitudine e già con le valigie in mano.
Bisogna arrivare all’ottava traccia per fare la conoscenza di Starlette, titolo azzeccatissimo se la si intende come la canzone più vistosa, la più scalpitante, la più smaniosa di affermarsi, una di quelle che ti prendono al primo ascolto e non ti mollano più, una melodia che ti segue ovunque, in coda alla cassa del supermercato, in ascensore, fermo al semaforo, quando c’è lì una chitarra: una dolce ossessione che vale la lode.
Il penultimo brano di nome fa La Gola, la strofa è appassionata, il ritornello stempera, lo special strumentale che parte al minuto 02:08 è uno scatto un po’ Queen Of The Stone Age e un po’ qualcos’altro che sembra voler sancire una volta per tutte che il tipo è sì un cantautore, ma un cantautore giovane: un ragazzo dallo sguardo sì consumato, ma che deve ancora fare casino e conoscere, e vivere, e scoprire altro.
Si chiude con Il Quadro, il brano di “se in piedi stai in piedi sei” che salta al naso come un autoritratto sia dell’uomo che dell’artista e non solo come la frasetta ad effetto candidata numero uno per le T-shirts alla bancarella del merchandising.
Daniele Celona si diceva: un ragazzo un po’ attore e un po’ elfo triste, un tipo sfuggente e incantato che ti convince più per come le canta le sue cose (ci sono passaggi che sembra quasi recitarle) ancor prima che per le spiccate doti vocali e di songwriting.
Fiori e Demoni si diceva: un album ben dotato e ben curato, dieci tracce cantate e suonate con convinzione, un bell’oggetto da afferrare, da sapere, un disco che si fa ascoltare tanto.

Alessandro Sottile

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