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Lo scaldaletto della discordia

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Tra moglie e marito non mettere… Lo scarfalietto.
Questo è il titolo della pièce in scena fino al 6 maggio al Teatro Carignano di Torino, proposto all’interno della stagione dello Stabile cittadino.
Scritta nel 1881, è una delle più bedivertentille commedie di Eduardo Scarpetta, che volle guardare oltre la cultura partenopea e, rimasto affascinato dalla pochade francese, scrisse commedie brillanti, basate sugli intrecci dei vaudevilles, ma esaltando lo spirito e il gusto partenopeo. In questo spettacolo non manca davvero nulla: un po’ farsa, un po’commedia dell’arte, a tratti sceneggiata napoletana; praticamente una summa del grande teatro partenopeo.

Amalia e Felice, sposati da un anno, litigano per qualunque banalità, antesignani dei protagonisti di pellicole come La guerra dei Roses. La rottura dello scaldaletto nuziale provoca questa volta il finimondo, con convocazione di avvocati e richieste di separazione. Alle liti assiste Gaetano Papocchia, che capita in casa della coppia per affittare un appartamento destinato alla soubrette Emma Carcioff, per cui da tempo spasima. Amalia e Felice cercano allora di convincere Papocchia a testimoniare ognuno a proprio favore innescando ogni sorta di equivoco.
Con questo testo Geppy Gleijeses ritorna alle origini del teatro comico napoletano. Suoi l’adattamento del testo e la regia, ma anche, una doppia prova d’attore: due “caratteri” rimasti nella memoria collettiva (ma qui ci riferiamo all’interpretazione della Compagnia De Filippo): l’eccentrico dandy napoletano Gaetano Papocchia e l’avvocato balbuziente Anselmo Raganelli (gli equivoci e i momenti più comici sono quasi totalmente sua responsabilità…come forse anche la durata della pièce!)

Al suo fianco, Lello Arena, nel ruolo di Felice Sciosciammocca. Con loro, anche Marianella Bargilli, e una schiera di bravi attori, alcuni impegnati in doppi ruoli: Gianni Cannavacciuolo, Valentina Capone, Gina Perna, Antonio Ferrante, Luciano D’Amico, Gino De Luca, Antonietta D’Angelo, Vincenzo Leto ed Eugenio Cavani. Alcuni di loro, però, risultano eccessivamente “caricaturali”, tendono all’esagerazione offrendo un’interpretazione che il pubblico accoglie con qualche perplessità. Gina Perna, come Dorotea Papocchia, sembra fare il verso a Marisa Laurito in versione sciantosa; la recitazione di Marianella Bargilli è sempre “scura”, da “sergente di ferro”, e in questo specifico caso, tale aspetto poteva anche non essere accentuato; la simpatia e la spontaneità di Lello Arena sono apprezzate, ma rendono il personaggio di Felice Sciosciammocca, una macchietta, anche in quei frangenti dove il copione non lo richiede.
La scena di Paolo Calafiore è molto particolare e ricorda molto una fiaba, però in stile cavalleresco più che partenopeo, se si considerano anche le musiche di Matteo D’Amico, che quasi evocano i luoghi di Zorro: i personaggi della commedia, infatti, compaiono sulla scena uscendo da un vecchio libro, pieno di polvere, che di volta in volta, grazie agli stessi attori sul palco, diventa la casa dei coniugi Sciosciammocca, un teatro di Napoli e l’aula del tribunale.

Roberto Mazzone

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