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Come si diventa metropoli. Scatti storici sulla vita della città di Torino

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Immaginiamo una macchina fotografica posta su un cavalletto sul Monte dei Cappuccini. Rompiamo gli schemi della razionalità e oltrepassiamo il muro dell’assurdo per bivaccare amabilmente nella fantasia.

Supponiamo di collocare la macchina fotografica nel corso del tempo, come se fosse un testimone tecnologico durante anni, decenni, secoli e millenni; come se fosse occhio e memoria della storia cittadina.

Con l’obiettivo a grandangolo puntato dove ora sorge Piazza Vittorio, bacino di portici, lampioni e porfido da cui sfocia Via Po, facciamo scattare una fotografia al giorno per duemiladuecento anni, per imprimere un totale di 803.000 immagini, tutte dello stesso panorama, ripreso al millimetro. Come una pellicola cinematografica arcaica, scorriamo le foto in rapida sequenza e avremo il risultato. Nel veloce susseguirsi del panorama, Torino si mostra.

E’ la visione della vita di una città antica che nasce come insediamento di allevatori di tori, abitanti di capanne primitive poi incendiate da un giorno di tempesta di frecce e pachidermi lanciati all’assalto dal generale Annibale, sceso dalle Alpi per azzannarsi con Roma.

La città è ancora in fasce, è un neonato che riceve la sua prima educazione proprio dai suoi tutori romani, prima con un castrum militare, base di legionari per le campagne galliche, poi sotto Augusto, il primo imperatore. Dalle fotografie appaiono formazioni in marcia, fossati e torrette di guardia e sul terreno compare un nuovo ordine di vie reticolari, come una griglia di linee di un quaderno a quadretti.

La popolazione cresce, la cittadina ha la sua infanzia: 5.000 anime, nel primo secolo dopo la nascita di Cristo, vivono dentro la cinta muraria alta cinque metri; cinque sono anche le porte e cinque le torri ottagonali.

Numero che scende giù improvvisamente, perché nel 69 d.C. c’è un giorno di fuoco dove le fiamme divorano gli edifici a seguito degli scontri tra le truppe di Otone e di Vitellio, ambedue imperatori di un solo trono conteso con il gladio.

Cala il sole su quel che resta della potenza di Roma e anche Augusta Taurinorum viene invasa dal cambiamento; gruppi di barbari s’insediano nelle terre di Piemonte, mescolando il sangue. Il potere cambia anche nei suoi simboli e nei suoi riti: sorgono templi cristiani con le croci a ricordare il nuovo padrone dell’aldilà. Ad essere sinceri, dalle fotografie Torino medievale non sembra essere poi granché. La stragrande maggioranza degli edifici è in legno e le strade invase dai liquami tanfano di fogna e miseria.

Durante un millennio la città si allarga di poco, con i suoi quattro quartieri che prendono il nome dalle quattro porte d’eredità romana. Sono Porta Segusina, Porta Castello, Porta Marmorea, Porta Palatina. Di nuovo l’incendio torna a visitare i torinesi, saziandosi coi tetti di paglia che ancora dominano il panorama urbanistico visto dall’alto.

L’autorità decide dunque di dire basta al rischio d’incenerire tutto e nel 1448 promulga una legge che obbliga i costruttori di edifici a fare i tetti come si deve, di pietra per l’appunto, per evitare di svegliarsi di nuovo con le chiappe flambé.

Il Duomo, eretto nel ‘500, è il raro esempio di come lo stile rinascimentale, diffuso nelle ricche e dissipatrici terre toscane, veneziane e romane sia anche arrivato, con parsimonia e austerità, pure da noi. Il volto di Torino cambia anche in muscolatura, per proteggersi dalla potente cuginaglia francese e allo scopo si costruiscono moderni bastioni per far assumere alla città un aspetto corazzato e solido, dalle spalle larghe e per mettere definitivamente in pensione le mura romane, ormai dinosauri di pietra di un tempo sepolto nei secoli addietro.

Però poi i francesi di Francesco I, arrivarono lo stesso lancia in resta e questa volta senza incontrare resistenza alcuna. Si deve però ringraziare lo stato maggiore francese per averci regalato ulteriori fortificazioni. Apparati difensivi che poi costituiranno la base per la creazione della mitica Cittadella di Torino, fortezza sabauda dura da scalfire, tosta da espugnare, che poi ci darà gloria proprio contro i francesi nel 1706. Dall’alto è un pentagono massiccio, le cui punte sono come gigantesche lame affilate.

E’ il XVII secolo e siamo ancora quattro gatti, 11.000 abitanti circa. Nel 1630, si abbatte sui concittadini la peggiore calamità della storia cittadina, nelle vesti della pesta nera, invisibile nemico dell’aria che infetta migliaia di persone senza distinzione di età, sesso o ceto. Muoiono di morbo 8.000 torinesi. Per sottolineare l’ecatombe basta ragionare con semplici termini numerici. 8.000 abitanti su 11.000 rappresentano oltre il 72% della totalità della popolazione. E’ come se oggi, su una popolazione di 900.000 circa, scomparissero 648.000 anime nel giro di pochi mesi.
Le vie si svuotano, le finestre si sprangano, i lazzaretti si riempiono di lamenti.

Flagello feroce ma breve, che ammalò la città ma non la uccise. Dalla metà del ‘600 ecco ripartire di gran carriera lo sviluppo demografico ed urbanistico.

Già durante la seconda metà del secolo ci si avvicina ai 40.000 abitanti; Torino vuole galoppare verso mete ambiziose e si fa bella con i tanti palazzi, il Castello del Valentino, le piazze rinnovate, più adatte ad un più alto rango. Corredi urbani di pregio messi poi di nuovo a durissima prova nel nostro famoso 1706, con la rabbia delle artiglierie e le bestemmie dei soldati francesi che scavano trincee per i mortai intorno alla Cittadella.
Il pericolo è scampato grazie al coraggio dei nostri antenati piemontesi, e il grande Juvarra viene chiamato per dare lustro a Torino divenuta reale.

E’ il XVIII secolo e pure noi mostriamo all’Europa che in termini di architettura sappiamo imbellettarci con viali alberati, edifici di sei piani e chiese barocche. Che lifting.

Dal Monte dei Cappuccini la vista catturata dalla macchina foto cambia veloce di anno in anno, schizofrenica e l’opera dell’uomo occupa quello tempo prima erano boschi e campagna.

Raggiunti gli 81.000 nel 1800 alla vigilia dell’occupazione di Napoleone, ci si ridimensiona di 15.000 unità nei successivi 14 anni di dominazione francese, per via della perdita di molti posti di lavoro che ruotavano intorno all’amministrazione dei Savoia.

Ora però la crescita demografica non si arresta, anzi. Mentre si costruisce la Gran Madre e si realizza la grandissima Piazza Vittorio i cittadini diventano più di 100.000. Nel 1861 quando è prima capitale d’Italia il numero è di oltre 170.000, diventa 320.000 nel 1900 quando oramai è chiara la sua vocazione di importante polo industriale e raggiunge le 500.000 unità negli anni venti: siamo una metropoli. E’ un tessuto urbano che si lega sempre più alla sua creatura metalmeccanica, la FIAT, che si diffonde nella società e s’impone come l’industria regina di tutto lo stivale.

La fabbrica è affamata di manodopera e di spazi, e si allarga come un’entità fagocitante dalle officine di Corso Dante al futuristico Lingotto, fino al più definitivo Mirafiori, il gigante. La crescita della fabbrica di automobili nel secondo guerra trasformerà di nuovo Torino; dal 1951 al 1961 oltre 300.000 persone emigrano in città per venir nutriti da quella che un tempo veniva soprannominata Mamma Fiat. Porta Nuova diventa un accalcato luogo di sbarco per famiglie meridionali e venete ricche di speranza, la città s’ingolfa di troppa improvvisa immigrazione e nasce l’urgenza di nuovi quartieri popolari che modificheranno inesorabilmente il territorio e dilateranno i confini cittadini alla conquista dei campi limitrofi. Con questo trend si fa presto a fare il record di un milione cento sessantasette mila abitanti del 1971.

Siamo ancora molti, più di 900.000; alcuni hanno preferito la prima e la seconda cintura, altri hanno rifatto la valigia per i luoghi d’origine.
L’ultima fotografia mostra Torino bellissima in una fresca primavera, grande e vivace sotto le montagne. Diavolo, c’è da essere orgogliosi di questa città.

a cura di Federico Mosso

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