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Musy: quei cinque, forse sei, colpi di pistola che hanno ferito Torino

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Cinque, forse sei, colpi di pistola hanno svegliato il cuore di Torino e le coscienze dei torinesi.

Cinque, forse sei, colpi di pistola hanno lasciato a terra sanguinante un uomo, lacerato le prime luci del mattino e ferito nel profondo una città che si crogiolava nella propria solida tranquillità.

 L’obiettivo: Alberto Musy, avvocato, politico e, non ultimo, padre di famiglia.

Il luogo: il pieno centro di Torino, l’androne della sua abitazione di via Barbaroux

Il momento: l’uscita di casa per accompagnare le figlie a scuola ed il successivo veloce rientro, prima di recarsi agli impegni quotidiani di un professionista.

Le modalità: un agguato vile, al buio

 Sono due, però, gli aspetti che più lasciano sgomenti e attoniti in questa vicenda.

Il primo la paura provata da tutti : avvocati, politici, cittadini.

 Il mondo dell’avvocatura ne parla con il groppo in gola, è ferito nell’intimo perché è stato colpito un membro di una collettività, comunque, coesa e da sempre ispirata ad un senso di profonda appartenenza.  E’ inevitabile come il primo pensiero di qualsiasi avvocato, ancora oggi, corra agli anni di piombo, a Fulvio Croce. Fanno paura queste parole messe in fila una dopo l’altra, evocano fantasmi che si credevano sconfitti, ma che cinque, forse sei, colpi di pistola hanno velocemente risvegliato.

Se ad essere colpito è un appartenente alla tua stessa categoria, il collega che incroci in aula, con cui magari ti sei scontrato per una causa o invece hai collaborato il coinvolgimento è immediato e diretto.

Sono colpiti i politici, costretti a chiedersi se davvero siamo arrivati al punto di non ritorno in cui le idee, l’esporsi, il portare avanti un programma vengono pagati con il sangue lasciato sull’asfalto.

Ma – e questo è il secondo aspetto – è Torino che è stata colpita al cuore.

Perché Alberto Musy prima di essere avvocato, politico, professore universitario, è un padre di famiglia.  E allora anche Torino è ferita. Noi siamo feriti.

 Una violenza inaudita, il cui eco ha infranto la tranquillità del nostro vivere quotidiano, la pace che Torino reclama e difende a gran voce, cercando la discrezione come modus vivendi indispensabile, evitando scandali, inseguendo raffinatezza e classe.

 Il salotto d’Italia ha visto invece il suo velo squarciato dal fragore degli spari ed è stato catapultato direttamente nella realtà più cruda della crisi, ideologica e, speriamo non, di un’intera nazione.

Ci scopriamo, così, a pensare che forse la violenza è celata dietro l’angolo, ed è arriva anche qui a Torino, a casa nostra, proprio dove ci sentiamo più al sicuro. E questo sì, fa paura.

 Ma ad un tratto, quando da un momento all’altro questi fantasmi sembrano trasformarsi da semplici pensieri  a vere e proprie modifiche nel proprio comportamento, proprio lì, ci ricordiamo di essere torinesi.

E questo fa svanire tutte le paure

 Perchè che si tratti di un gesto isolato di uno squilibrato nel confronto di un avvocato, di un atto terroristico compiuto ai danni di un politico, o un’immotivata violenza contro un padre di famiglia,  Torino non ha paura ed  è pronta a sostenere la battaglia di un proprio figlio.

Ma non oggi, da domani.  Oggi è il giorno del dolore, il momento  del silenzio, di stringersi vicino alla famiglia, alle piccole figlie  che per sempre saranno segnate da questa croce.

 Da domani, invece sì, Torino reagirà, punendo duramente chi ha sparato cinque,  forse sei colpi,  di pistola contro un padre di famiglia, un politico e un avvocato, ma soprattutto un torinese.

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