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Virginia Oldoini, contessa di Castiglione: la missione della camicia da notte

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Virginia Oldoini, contessa di Castiglione: la missione della camicia da notte
Virginia Oldoini, contessa di Castiglione: la missione della camicia da notte

Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, fece il suo ingresso alla corte imperiale di Francia nel dicembre del 1855 durante una festa notturna nel palazzo delle Tuileries, residenza parigina di Napoleone III.

Pare che quando entrò nell’affollata Galleria dei Marescialli, dove l’high society del Vecchio Continente era concentrata tra candelabri, specchi e fiumi di champagne, la scena si pietrificò in trance collettiva.

L’orchestra smise di suonare e le danze si immobilizzarono.

Per qualche eterno istante, il party dei vip fu congelato nel silenzio, stregato da quella donna bellissima, d’una eleganza perfetta e  audace, che con una classe da dea dell’antichità fendeva la folla rimasta a bocca aperta.

Il suo trasferimento dalla piccola e un po’ ombrosa Torino nella scintillante capitale di Francia e della mondanità avvenne non solo per un suo desiderio di entrare nell’olimpo aristocratico del mondo ma anche per spinta machiavellica dagli strateghi del Regno di Sardegna, così impaziente di allargarsi a sud e ad est.

Virginia era indubbiamente una star del suo tempo: sexy, intelligente, brillante, trasgressiva, esageratamente ambiziosa e soprattutto gran divoratrice di cuori maschili.

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I suoi flirt furono a dir poco numerosi.

Tra gli altri, ebbe come amanti i tre fratelli Doria, il vecchio banchiere Rothshild, l’ambasciatore piemontese presso la Francia Costantino Nigra, il Re di Sardegna Vittorio Emanuele II, e poi naturalmente Napoleone III, imperatore dei francesi, la preda più importante nel palmares della cacciatrice di uomini.

Francesco Verasis Asinari, suo marito, fu persona sfortunatissima. Fu l’uomo più cornuto d’Europa, disprezzato dalla sua allegra metà, cadde in disgrazia patrimoniale per via del portafoglio ripetutamente violentato dai costosi capricci della moglie come possedere un guardaroba per cento regine e una vita noncurante del domani. Finì i suoi giorni in un tragico incidente sotto le ruote della carrozza reale di Vittorio Emanuele, di cui Francesco era aiutante di campo.

Ma la contessa non fu solo una collezionista di avventure da materasso, fu anche un’entusiasta volontaria della causa italiana, covata dai piani del Conte Camillo di Cavour.

A Parigi, nei giorni del debutto in società della femme fatale Nicchia, come veniva chiamata dagli intimi, era in corso il Congresso delle Nazioni vincitrici della guerra di Crimea, combattuta dagli inglesi, francesi, russi, turchi e sardo-piemontesi contro l’impero russo. Cavour e l’ambasciatore Nigra si adoperarono in tutto e per tutto per porre sul tavolo dei lavori il progetto di unificazione della nostra penisola, iniziato da Torino già da anni.

Le conturbanti forme di Virginia rappresentavano per il Regno di Sardegna l’arma segreta, l’asso nella manica delle macchinazioni cavouriane o se si preferisce, la quinta colonna degli sforzi diplomatici della Patria.

Era quanto mai necessario difatti l’appoggio del potente alleato bonapartista per portare a termine il piano risorgimentale contro l’odiato nemico austro-ungarico. Senza l’aiuto della Francia, delle sue truppe e del suo peso diplomatico nel salotto buono delle nazioni che contavano nel mondo, sarebbe stato molto più difficile, se non impossibile, raggiungere il tricolore.

Occorreva pertanto, in quel meeting di monarchie e di interessi internazionali, avere una chiara e netta posizione dell’imperatore Napoleone III a favore delle mire espansionistiche del piccolo ma intraprendente Regno di Sardegna. Fu così.

Virginia Oldoini, contessa di Castiglione: la missione della camicia da notte

In una notte d’estate del 1856, nel castello di Compiègne, dove la corte si era ritirata per il periodo estivo, la porta della camera da letto di Virginia si aprì e sua maestà l’Empereur si avvicinò al letto levandosi la vestaglia con su cui era ricamata l’ape d’oro, simbolo del suo alto rango.

La contessa per l’occasione indossava una camicia da notte di seta trasparente color verde acqua, indumento che poi in vecchiaia chiese che venisse sepolto con le sue spoglie, come un feticcio nostalgico di una gioventù passionale.

Dal diario di Virginia: “Respinse col piede uno sgabello e vidi la sua ombra avvicinarsi al letto; si abbassò… chiusi gli occhi e il mio destino si compì…

La pendola suonava le due. Aveva suonato la una e mezza quando la porta si era aperta per la prima volta…Era bastata una sola mezz’ora per fare di me un’ imperatrice.”

Oltre ai dettagli rosa che ci vengono tramandati grazie al suo diario e alle lettere, sappiamo però poco dell’attività di “ambasciatrice delle lenzuola” che la donna svolse su incarico del conte di Cavour. Quando morì infatti, strani figuri, inviati da Roma, si aggirarono nell’appartamento di Rue Cambon 14, la sua ultima umile dimora, specchio della sua vecchiaia decadente, rovistando nei cassetti, frugando negli scrittoi, mettendo a soqquadro librerie e scaffali. Nel camino finirono carteggi e documenti, confidenze e biglietti in codice, appunti e memorie, fogli con timbri e con le firme dei potenti del XIX secolo.

La missione segreta doveva rimaner tale anche per i posteri e la sua opera diplomatica come amante nell’imperatore è ancor in gran parte avvolta da un affascinante mistero. Gli amici più maliziosi sostenevano che Virginia considerasse la sua famosa camicia da notte al pari della bandiera nazionale, anzi a suo dire avrebbe dovuto essere l’unico vessillo a sventolare dai pennoni d’Italia.


Federico Mosso

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