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Viaggio nel tempo di un sabaudo: percorrendo la via Francigena nel 1155

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di Federico Mosso

Colle del Moncenisio, sulla variante piemontese della Via Francigena, ottobre 1155.

Fa freddo quassù. E’ appena incominciato l’autunno ma già si avverte aria di nevischio. I miei calzari di cuoio sono fradici e la mia cenciosa veste procuratami per la mia seconda gita temporale sarebbe più adatta a fungere da sacco per le cipolle che a coprirmi. Quando scorgo laggiù sulla mulattiera un gruppo di uomini mi metto a correre verso di loro. Sono i pellegrini che da tutta Europa scendono per omaggiare l’anima fino a Roma o ancor più giù, lungo l’Appia Traiana per raggiungere i porti della Puglia dove le navi attraversano il Mediterraneo con rotta per la Terra Santa. E’ una truppa di uomini pii in saio e sandali che mal proteggono i piedi martoriati da lunghi cammini per il continente. Alcuni comunicano in latino ed altri in idiomi del nord; sono fiamminghi, franchi, germani e inglesi partiti da Canterbury, la partenza classica per la Via Francigena, in realtà non solo un unico percorso, piuttosto un fascio di sentieri e piste che portano tutte all’Urbe, città tempio della cristianità.

Tra loro, coperto da una cappa nera un po’ sinistra che mostra solo la barba nera e la punta del naso, c’è l’abate islandese Nikulás da Munkaþverá , uno dei più grandi viaggiatori del suo tempo. Egli è partito dalla sua isola remota e glaciale, convertita alla fede cristiana nell’Anno Domini 999 dopo che le statue degli idoli pagani erano state gettate a Godafoss, la cascata degli dei.  Quando alla sera ci ripariamo dalla pioggia sotto i portici del chiostro dell’Abbazia benedettina di Novalesa, il misterioso monaco delle terre di ghiaccio, nella debole luce di candele, riempie alcune pergamene di appunti che saranno la fonte per il suo Leiðarvísir o Itinerarium, il suo diario di pellegrinaggio dalla terra che fu di Odino fino alla Gerusalemme crociata.

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L’indomani ripartiamo scendendo la valle e a Susa ci fermiamo per una sosta tra le mura del castello di Adelaide, figlia di Oderico Manfredi II marchese di Torino e sposa di Oddone di Savoia, quando il casato dei futuri Re d’Italia è alla sua alba.

La notte la passiamo all’addiaccio, dopo un misero pasto intorno ad un fuoco in prossimità di un bosco che cinge la via, mentre i lupi cantano alla luna intorno a noi. L’indomani è un giorno migliore; ci arrampichiamo stanchi e incredibilmente sporchi sul sentiero che sale sul monte Pirchiriano e che conduce alla Sacra di San Michele, magnificente tempio e “culmine vertiginosamente santo”. I benedettini ci danno ristoro nella foresteria e al tramonto, visitando la Scalone dei Morti fiancheggiato da tombe e illuminato da torce, vengo ipnotizzato dagli echi dei canti liturgici che salgono dal cuore dell’abbazia.

Il viaggio continua passando per  l’antico borgo di Avigliana, dominio e città natale di Umberto III di Savoia detto il Beato, e poi raggiungiamo a buio inoltrato la Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, complesso affidato alla custodia dell’ antico ordine ospedaliero e monastico-militare dei Canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne, uomini di fede indiscussa chiamati cavalieri del tau, vestiti con divise di manti neri dall’effige del Tau azzurro, simile ad una croce ma che è anche l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, simbolo del compimento della parola divina.

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Nell’abbazia siamo alloggiati nell’edificio destinato ai viandanti di Cristo, distinto e separato dall’ospedale per gli afflitti dal fuoco di Sant’Antonio, i cui lamenti e i vaneggiamenti urlati nelle tenebre inquietano il mio sonno sulla paglia. Il fuoco di Sant’Antonio o ergotismo, fuoco sacro o male degli ardenti, morbo legato ad una alimentazione di pane fatto con la segale infetta, dà agli sventurati epilessia, cancrena delle estremità del corpo, mummificazione delle stesse, prurigini, pustole, piaghe e allucinazioni. Nei casi più gravi, come quelli che ci sono qua a Ranverso, il malato piomba in deliri visionari che per le genti di questi tempi bui è la prova di attacchi all’uomo di forze demoniache e spiriti malvagi. Si danno un bel da fare i cavalieri neri del tau:  pregano tutto il dì per gli ammalati, tentano di alleviare le loro sofferenze con unguenti ed erbe e usano il bastone e le catene per gli indemoniati peggiori.

Ed oggi eccomi qua ad Augusta Taurinorum, la Torino del 1155, retta dalla signoria del Vescovo Carlo, fidato paladino della causa imperiale di Federico Barbarossa, e uomo di fiducia per gli interessi degli Hohenstaufen in Piemonte. La città è piccola, fatiscente, lurida, fangosa, conquistata dai ratti e la maggior parte degli edifici è di legno. Gli abitanti sono poche migliaia e vivono dentro il recinto murario d’eredità romana

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Dalle finestre del sobrio palazzo dei signori vicino alle porte palatine, tra le chiese poi scomparse nel tempo di San Salvatore e San Giovanni Battista, sventola il vessillo dei tre leoni neri in campo giallo, lo stemma dei Duchi di Svevia: l’imperatore Federico I Barbarossa è in città ospite dal prelato suo alleato.

Per me la gita finisce qua; ho i piedi martirizzati e sono un po’ stufo di camminare. I miei compagni di viaggio domani proseguiranno per il vescovato di Vercelli, un altro principato ecclesiastico in questa regione ancora così divisa e frammentata in mille poteri. Dal canto mio, saluto gli instancabili amici pellegrini e torno a lordarmi l’anima in una chiassosa taverna mal frequentata vicino alla Porta Marmorea.



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