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L’apparenza inganna… ma i cliché restano

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23 volte torinesi i quartieri della città di Torino
23 volte torinesi i quartieri della città di Torino

Diverte l’adattamento de “L’apparenza inganna”, curato da Tullio Solenghi e Maurizio Micheli, in questi giorni in scena al teatro Alfieri di Torino.

Tratto dall’omonimo film francese del 2000 (titolo orginale: Le placard), L’apparenza ingannariporta in scena per la quinta volta il personaggio di François Pignon – inventato da Veber nel 1973 con la pièce teatrale Il rompiballe – che con La cena dei cretini ebbe ulteriore successo, prima nei teatri e poi nei cinema di tutto il mondo.

Contabile diligente e uomo mite e onesto, Pignon (Micheli) lavora per un’azienda produttrice di preservativi. Il direttore del personale (Solenghi), uomo superficiale e volgare, fissato con il rugby, ha deciso il suo licenziamento per “ottimizzare le risorse”.

Questo fatto, unito al divorzio da una moglie egoista e all’inesistente rapporto con un figlio adolescente che di lui non ha alcuna considerazione, lo spinge a contemplare il suicidio.

L’apparenza inganna… ma i cliché restano
L’apparenza inganna… ma i cliché restano

Ma il nuovo vicino di casa lo ferma in tempo, innescando una serie di situazioni che cambieranno la vita di Pignon: il primo passo è fingersi gay, così da convincere la dirigenza a non procedere con il licenziamento per evitare la mobilitazione dell’associazionismo omosessuale.

E qui la prima riflessione: fingersi gay può cambiare la vita o si tratta, anche in questo caso, di pura apparenza?

Si ride durante la commedia, ma è pur vero che vengono sfruttati al massimo i soliti cliché riguardanti il mondo gay (il “culto” di Maria Callas, l’amore per i gatti, ascoltare Patty Pravo a tutto volume e così via).

L’ormai collaudata – e qui è proprio il caso di dirlo – strana coppia Solenghi-Micheli affronta la commedia e le sue attuali problematiche (mobbing, discriminazione, omosessualità, disoccupazione) senza alcun eccesso, ma ricorrendo con facilità a luoghi comuni, per cui conta quello che possiamo far credere agli altri di noi stessi e se ci può migliorare la vita, allora è la scelta giusta. Una metamorfosi appare evidente in entrambi i personaggi, ma nel finale si nota maggiormente nel ravvedimento di Ercole Spadoni-Solenghi (i nomi sono stati italianizzati), che ringrazia Pino Tricarico-Micheli “per avergli aperto gli occhi a un mondo che prima non conosceva e ora considera diversamente”.

Sul palco insieme ai due protagonisti la compagnia di attori professionisti della Contrada-Teatro Stabile di Trieste. Repliche fino al 5 febbraio.

 

Roberto Mazzone

 

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