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Torino città aperta, al cinema.

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Niente pericolo, nessun remake in vista. D’altronde sarebbe alquanto folle solo a pensarci. Il capolavoro neorealista di Rossellini (“Roma città aperta”, 1945), è bensì utile per fissare in poche parole il legame che intercorre, da sempre, tra il capoluogo piemontese e la cinepresa.

Un feeling esploso un secolo fa, quando Giovanni Pastrone, e siamo nel 1914, girò a Torino gran parte del kolossal storico “Cabiria”, il secondo del genere e di certo il più famoso e influente, a livello mondiale, film italiano dell’epoca del muto. Sceneggiato nientemeno che da Gabriele D’Annunzio (in realtà autore delle “sole” didascalie così come dei nomi dei protagonisti), il film è considerato dalla critica come il primo esempio di compiuto linguaggio cinematografico tanto da essere stato d’ispirazione per la successiva e fondamentale attività registica dell’americano David W. Griffith, universalmente riconosciuto come il padre del cinema narrativo. Pietre miliari come “Nascita di una nazione” (1915) ma soprattutto “Intolerance” (1916), discendono direttamente dalle invenzioni tecnico-formali sperimentate dal regista, torinese d’adozione, durante la realizzazione del suo film: dalle ricche creazioni visive all’intreccio della storia narrata, dal carrello (macchina da presa in movimento su due binari) ai diversi piani utilizzati per le inquadrature tra cui le prime profondità di campo e i dettagli (primissimi piani); e ancora dinamicità delle riprese a discapito della fissità, ponendo le basi, infine, di quell’operazione chiamata montaggio, fino a quel momento risorsa ancora sconosciuta e tanto essenziale di lì a poco così come oggi. Scenograficamente realizzato nelle Valli di Lanzo e, per quanto riguarda il girato interno, negli stabilimenti sulla Dora Riparia, “Cabiria” fu finanziato dalla torinese Itala Film, società di produzione fondata dallo stesso Pastrone, con una somma pari ad un milione di lire-oro a fronte di un sostegno economico medio dell’epoca di cinquantamila lire.
E chissà come si sarebbe comportata l’attuale Film Commission Torino Piemonte nei confronti di questo mastodontico progetto. Di certo non si sarebbe tirata indietro, lo dimostra la sua storia: nata poco più di dieci anni fa, è arrivata a sostenere qualcosa come cinquecento produzioni, dalle pubblicità ai documentari, dai corti ai lungometraggi per il cinema. Rivolta verso la valorizzazione e promozione del territorio piemontese nella sua totalità, garantisce eccellenza dal punto di vista logistico e organizzativo (grazie al suo Cineporto in primis), contribuisce ad abbassare i costi di ospitalità agevolando l’inserimento di personale artistico e tecnico locale, offre servizi che vanno dalla ricerca delle locations alla concessione dei permessi burocratici fino a tutto il periodo delle riprese; e ora con FIP (Film Investimenti Piemonte), si fa pure diretta co-finanziatrice dei progetti che decide di sostenere. Tutti vantaggi che, uniti al sempreverde fascino architettonico e paesaggistico di Torino e della regione nel suo complesso, fanno della nostra zona una delle mete di produzione cinematografica preferite: non stupisce, in questo senso, la scelta del grande cineasta Paolo Sorrentino (per citarne uno) di girare proprio in città alcune sequenze del suo capolavoro datato 2008, e in particolare la decisione di “occupare”, per un mese intero, un appartamento tra i palazzi in stile Liberty di corso Francia, per far muovere (e insieme confessare) l’ambiguo e inquietante “divo” Andreotti-Servillo.

Da Pastrone in poi, si diceva, un secolo di cinema a Torino (e dintorni). Cento anni di carriera vera e propria, cominciata agli albori della settima arte grazie al capostipite del peplum, il genere che deriva dalla commistione del film d’azione con quello fantastico e che impiega al suo interno elementi storici o mitologici (genere di cui fa parte “Cabiria” per l’appunto). In questo lasso di tempo così lungo, per le strade del capoluogo sabaudo si sono succeduti, negli anni, nomi altisonanti come quelli di Michelangelo Antonioni, Ettore Scola, Lina Wertmüller, Dino Risi, Gianni Amelio e moltissimi altri. Nella vasta categoria dei film girati in città, ancora, è bene notare come ci siano pellicole in cui Torino è alle prese con un ruolo chiave all’interno delle vicende narrate, al pari dei personaggi protagonisti: pensiamo a gran parte della produzione horror-thriller del maestro del cinema di genere Dario Argento, capitanata da quella vetrata (“romana” nella finzione) di Piazza CLN resa tanto celebre da “Profondo Rosso”; oppure a film cult come “Santa Maradona”, divertente e divertita opera dell’eclettico Marco Ponti, e “Dopo Mezzanotte”, di un sapiente Davide Ferrario “di casa” al Museo Nazionale del Cinema.

Un tris di autori ancor prima che registi, che deve molto a Torino e cui la stessa città deve altrettanto.

Matteo Giachino

 

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