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Viaggio nel tempo di un sabaudo: insediamento di Taurasia, ottobre 218 A.C.

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Insediamento di Taurasia, ottobre 218 a.C.

Dove i fiumi Po e Dora Riparia confluiscono, sorge un villaggio celtico dal nome di Taurasia. Non è stato facile trovarlo, qua attorno i boschi hanno una vegetazione fitta e selvaggia che nasconde bestie dimenticate dall’uomo moderno come il feroce leone europeo, animale ghiottissimo di viandanti smarriti.

La mia terza gita nel tempo mi ha portato in un epoca antica, arcaica, misteriosa, con l’intento di apprendere qualcosa sul poco conosciuto popolo dei Taurini, di cui una piccola parte del loro sangue scorre ancora nelle nostre vene, come eredità storica. I trisavoli del Piemonte nascono da una costola del vasto ceppo celtico, influenzata dai popoli liguri. Si spartiscono il territorio dell’odierno nord ovest italiano tra le altre tribù dei Salassi, degli Insubri, dei Leponzi, dei Caburriati, degli Epanteri, con cui spesso scendono in guerra.

Non si può dare l’appellativo di città a Taurasia.

Non è nulla più di un agglomerato di capanne di fango e pietre, abitato da un numero poco superiore alle mille anime, il cui centro sembrerebbe essere un ampio recinto dove dozzine di grossi tori si agitano e scalpitano alzando nuvole di terra. Non sono solo bravi guerrieri, eccellenti cacciatori e mediocri agricoltori, la tribù è anche allevatrice di capi di bestiame. Intorno ad un fuoco, uomini dai capelli lunghi e dai petti nudi e tatuati con strane geometrie si ingozzano di carne e di un orrendo pastone di farro e segale nera, che mi viene offerto da un trucido dalla faccia disegnata dalle cicatrici e che mando giù per evitare di offendere e di finire nel falò.

C’è una grande agitazione tra la gente di Taurasia e anche se non capisco una parola della loro lingua perduta, io so perché. Annibale Barca “il fulmine”, il generale cartaginese nemico numero uno di Roma, nuova superpotenza che lotta senza esclusione di colpi con i fenici, signori del Mediterraneo non ancora annientati, è sceso dalle Alpi passando dal colle del Moncenisio.

Con il suo esercito si è accampato ad appena un giorno di cammino da questo villaggio e non appena i suoi uomini avranno ritrovato le forze dopo le immani fatiche dell’attraversamento alpino, spazzerà ogni resistenza per dilagare nella Pianura Padana. I Taurini, in questa guerra, per avere protezione dagli odiati Insubri, si sono alleati con Roma. Quei tre uomini venuti dal sud, seduti in disparte e con i mantelli color porpora, ne sono la prova.

Sono gli emissari romani venuti ad assicurarsi di persona sulla lealtà della tribù; lealtà ben confermata dalla sorte degli ambasciatori cartaginesi, arrivati nel tentativo di corrompere i capi taurini con ori e terre e le cui teste infilate sulle lance sono ora il macabro pasto di corvi.

La speranza per la gente di Taurasia è di resistere, contro quella spaventosa armata venuta da un altro mondo coi suoi mostri con le zanne e le proboscidi, abbastanza da vedere arrivare in soccorso le legioni promesse dall’alleato e comandate dal console Publio Cornelio Scipione, padre di Scipione l’Africano.

Due lune dopo, all’alba, da una roccia poco distante dal villaggio, da dove godo di un’ottima vista su quello che nelle prossime ore sarà campo di battaglia, osservo l’orizzonte che si muove, acceso da migliaia di torce. E’ l’esercito di Annibale in marcia verso i taurini, che vuole schiacciare.

Sinistri suoni di trombe e di tamburi da guerra ordinano le schiere venute dal nord dell’Africa, che si aprono per circondare da tutti i lati il piccolo centro di Taurasia, il cui destino è segnato.

I taurini, prima di soccombere contro l’immane nemico, si gettano in una disperata sortita per rompere l’invincibile accerchiamento. Ma nulla possono poche centinaia di guerrieri, per quanto dotati di folle coraggio che dipinge i loro volti in smorfie feroci, armati di asce e scudi di legno, contro migliaia di mercenari educati a pane e massacri. Dopo aver aperto una breccia tra le fila della fanteria celtica alleata di Cartagine, i cui uomini vanno in battaglia quasi nudi e completamente ubriachi, il contrattacco taurino viene stretto dalla morsa di Annibale. Gli elefanti, come torri viventi affollate di abili arcieri, vengono lanciati in mezzo alla baraonda di lame e corpi, terrorizzando i guerrieri di Taurasia. I barriti di quegli antichi panzer, sono come versi di demoni crudeli per quelle valli ai piedi dei monti. Le formazioni di soldati armati di sarisse, che sono lunghe picche,  si serrano fino a diventare giganteschi porcospini dagli aculei grondanti sangue, mentre poco distante la mischia furibonda, gli eccezionali frombolieri iberici scagliano pesi di piombo con la loro consueta precisione nel cercare teste da spaccare.

I pochi sopravvissuti alla battaglia si asserragliano tra le case nel centro del villaggio, e due notti dopo, la Cavalleria Sacra, corpo d’elite i cui membri sono appartenenti alla nobiltà fenicia, cancella l’ultima ridotta con la spada e con il fuoco. Chi tenta la fuga, viene presto raggiunto dai cavalieri numidi, dalle facce scure come soldati venuti dall’Ade, che armati con un piccolo ma affilatissimo pugnale, giocano nel tagliare i tendini agli uomini in corsa, per vederli poi strisciare in terra e finirli senza fretta o lasciarli in omaggio ai lupi.

E’ la fine dei taurini, un piccolo popolo che si è scontrato con eventi molto più grandi di lui. Tra meno di duecento anni, pressappoco in questa stessa porzione di terra dove la grande storia si è appena consumata tragicamente, nascerà la colonia di Julia Taurinorum, il seme delle nostra Torino.


                                                                       Federico Mosso

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