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TFF, ” 7 opere di misericordia”: il lungometraggio d’esordio dei fratelli De Serio

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Dopo averlo presentato in anteprima a Locarno vincendo il premio Don Quijote e successivamente, tra gli altri, il Grand Prix ad Annecy, i gemelli del cinema torinese (e italiano) sono tornati a casa in occasione della ventinovesima edizione del Torino Film Festival. Fuori concorso nella sezione Festa Mobile, il loro ultimo lavoro, nonché primo lungometraggio di finzione, è stato proiettato lunedì scorso al Cinema Massimo in una sala gremita da un pubblico entusiasta a priori. Dalle personalità legate al Museo del Cinema ai responsabili del festival, c’erano proprio tutti anche per applaudire e rendere omaggio al protagonista maschile di Sette opere di misericordia: quel Roberto Herlitzka, grande attore di cinema e teatro, insignito dall’Amnc (Associazione Museo Nazionale del Cinema) del Premio Maria Adriana Prolo alla carriera con laudatio pronunciata dal regista e amico Marco Bellocchio, a suo tempo vincitore dello stesso riconoscimento. Insomma, una cornice più che perfetta per un evento che la Torino cinematografica e non solo aspettava da tempo. Una grande, difficile e complessa opera prima, firmata in sceneggiatura e in regia dai fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, già videoartisti, documentaristi (Bakroman, premiato al 28TFF) e autori di cortometraggi conosciuti e apprezzati su scala internazionale. Prodotto da Alessandro Borrelli (La Sarraz Pictures), in collaborazione con Rai Cinema, Fip e Film Commission Torino Piemonte, Sette opere di misericordia uscirà nelle sale a gennaio distribuito da Cinecittà Luce. Per chi non volesse aspettare, ricordiamo una seconda e ultima proiezione al TFF, venerdì 2 dicembre alle ore 19.30 (Reposi 5).

RECENSIONE

Torino, oggi. Antonio (Roberto Herlitzka) è un anziano malato di tumore alla gola e costretto, per questo motivo, a fare la spola tra casa sua e l’ospedale più vicino; è un uomo solo, oscuro, e prossimo alla fine.

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Luminita (Olimpia Melinte) è una ragazza moldava, clandestina in una baraccopoli situata in periferia nord lungo il fiume Stura; per sopravvivere è obbligata a rubare e consegnare la refurtiva ai suoi stessi connazionali/padroni. Il piano per uscire da questa dura situazione, però, sta per compiersi. Il rapimento di un neonato, dal suo stesso campo profughi, le permetterà di ricevere dei documenti falsi e di cercare una nuova vita. Ha solo bisogno di un posto sicuro dove nascondersi; così, dopo averlo notato in ospedale, Luminita decide di seguire Antonio fino a casa sua e, aggredendolo, vi si stabilisce. Un improvviso incontro scontro, potente e dalle conseguenze inattese.

I talentuosi gemelli De Serio realizzano un’opera cruda, spiazzante e sorprendente. In una Torino di periferia gelida e desolata, fotografata in maniera impeccabile come se fosse “tutte le città”, intrecciano e fanno collidere due storie dolenti, due condizioni di sofferenza estrema così tanto protagoniste nella società contemporanea. Attraverso piani frontali, stacchi di montaggio spesso imperiosi e una narrazione lineare, gli autori scandiscono le situazioni affrontate dai protagonisti, il miscelarsi delle loro azioni, con dei cartelli che compaiono in sovrimpressione e che si riferiscono alle sette opere di misericordia corporale che un cristiano, secondo la chiesa Cattolica, deve affrontare durante la sua vita ovvero: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti.

Non essendo un film religioso è bene rilevare come quest’espediente narrativo, e insieme motore del film, sia da considerarsi in ottica umana, riconducibile quindi alla “pietas” intesa come aver cura del corpo della persona vicina. In uno scenario dove l’unico personaggio positivo è rappresentato da Adam, ragazzino che abita la stessa baraccopoli di Luminita e il solo capace di “accenderle” vitalità in quel viso scolpito nel ghiaccio, i De Serio si interrogano sulla possibilità di redenzione dell’animo umanoe come questo possa avvenire attraverso i più tortuosi e feroci percorsi di vita; fondamentali, in questo senso, gli sguardi in macchina di Luminita, Antonio e dello stesso Adam, insieme chiara interpellazione spettatoriale e forte carica visiva. Senza molte parole, anzi, pochissime. A generare significato, in Sette opere di misericordia sono, infatti, gli sguardi, i corpi, il contatto umano, fisico e dell’anima; la funzione dell’interprete, in questo caso, diviene centralissima. Ed ecco che l’indiscusso Herlitzka e la giovane promessa Olimpia Melinte non deludono le attese, con l’allieva che addirittura supera il maestro; incredibile nell’intensità di ogni suo singolo sguardo o movimento corporeo. All’esordio, una prova magistrale quella dell’attrice rumena. In un film concettuale, complesso, oggettivamente di grande valore artistico.

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Matteo Giachino

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