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Giuseppe Govone, il cavaliere di Balaclava.

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Giuseppe Govone
Giuseppe Govone

Nella storia della nostra Nazione ricordata dai più sono famosi ed indelebili i nomi dei grandi piemontesi che consideriamo, non a torto, come i Padri della Patria: Carlo Alberto e suo figlio Vittorio Emanuele II, il geniale conte Camillo Benso di Cavour e il suo “empio rivale” e patriota Massimo d’Azeglio.

Esistono altre figure cresciute nel Regno di Sardegna prossimo a elevarsi a Italia, forse meno celebri, ma di cui vale la pena approfondire il passaggio negli agitati eventi del Risorgimento e della post-unificazione.

Giuseppe Gaetano Maria Govone nacque nel 1825 ad Isola d’Asti da una famiglia della  petite noblesse della provincia del Regno di Sardegna. Prese i gradi di sottotenente alla Reale Accademia Militare di Torino, giusto in tempo per partecipare alla prima guerra d’indipendenza, appena scoppiata. Dalla sua sella vedrà i campi di Pastrengo e la fuga a gambe levate degli uomini di Radetzky dalle terre veronesi, l’assedio di Peschiera e la tragica disfatta di Novara, che ebbe come conseguenze l’abdicazione di Carlo Alberto, la fine della guerra e la vittoria del nemico austriaco. Govone si distinse nella lotta per coraggio, abilità e onore, doti confermate nell’operazione anti-secessionista a Genova nel 1849, che per alcuni reparti degenererà in uno stupro punitivo della città.

Con le ostilità di Crimea tra l’Impero Russo e quello Ottomano e i suoi alleati occidentali per il controllo dei Balcani e dell’Asia mediterranea, l’ufficiale piemontese partì per nuove avventure orientali. Tra i cosacchi dello zar Nicola I e poi di suo figlio Alessandro II, i cavalleggeri della regina Vittoria, gli zuavi di Napoleone III e i fanti del sultano Abdul Mejid I, organizzati dal generale di origine croata Omar Pascià, comandante spietato e crudele, arrivarono i bersaglieri di Vittorio Emanuele II, secondo il piano strategico di Cavour che ambiva così ad avere l’appoggio internazionale per le successive mosse per la liberazione del Lombardo-Veneto da Vienna.

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Quella di Crimea fu una guerra violenta ed infetta. Gli uomini morivano non soltanto per gli ultimi ritrovati della scienza bellica ma anche per  un’epidemia di colera che flagellò la truppa.

Il 25 ottobre 1854, i russi, con l’obiettivo di rompere l’assedio che soffocava Sebastopoli, attaccarono il campo britannico di Balaclava. Fu in questa battaglia che Giuseppe Govone, in qualità di osservatore volontario distaccato, prende parte ad uno degli episodi più celebri della storia militare. 677 cavalieri agli ordini di Lord Raglan si lanciarono all’assalto delle batterie russe che vomitavano palle di cannone a mitraglia, falciando uomini e destrieri come ciuffi d’erba nella “Valle della Morte”, così soprannominata da un poeta inglese. Tra quei diavoli con le lame sguainate, ritenuti ubriachi dai comandanti zaristi increduli di fronte a quell’azione così coraggiosa e stupida, c’era anche Govone, che finì disarcionato nella polvere con il cavallo ucciso dalle pallottole cosacche. Venne pertanto decorato con l’alta onorificenza britannica dell’Ordine del Bagno dalla Regina Vittoria e poi, dopo nuove prove durante la battaglia di Cernaia, i colleghi francesi lo insignirono della Legione d’Onore.

Le pagine però più importanti della sua vita dovevano essere ancora scritte. Fu con la seconda e con la terza guerra d’indipendenza che il suo contributo come soldato al nascente Regno d’Italia divenne importantissimo. Come tenente colonnello gli fu dato il compito di comandare l’ “Ufficio I”, ovvero i primi servizi segreti italiani militari, infiltrandosi più volte dietro le linee nemiche. Tra i due conflitti che conclusero il Risorgimento, ingaggiò, durante la campagna di contro-guerriglia nel Meridione in rivolta, una lotta senza esclusione di colpi con il brigante Luigi Aloni detto Chiavone, fedelissimo partigiano legittimista di Francesco II delle Due Sicilie, l’ex re di Napoli.

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Erano anni di profondissime divisioni; l’Italia era appena nata, ma al di là della retorica ufficiale, mostrava essere una creatura già malata, con un’ostilità del popolo del Sud all’autorità e alla durezza dei piemontesi, spesso visti non come connazionali e liberatori bensì come occupanti e stranieri prepotenti. E difatti taluni storici, accusano anche Govone di ferocia nella repressione dei moti in Sicilia, isola che non voleva pacificarsi, arrivando fino ad accusare il generale di essere un “criminale di guerra”, accusa assolutamente esagerata.

Nella terza guerra contro l’Impero Asburgico, il generale diede ennesima prova di coraggio e di abilità sul campo, dove tre volte perse e tre volte riconquistò il villaggio di Custoza in una lotta furibonda alla baionetta.I suoi bersaglieri, affamati e distrutti dalla fatica, senza più munizioni, furono abbandonati dallo stato maggiore diLa Marmorache perse la testa dimostrando mancanza di decisione, poca intelligenza e arrendevolezza ancor prima che le sorti della battaglia fossero segnate a favore del nemico. Govone e i suoi dodicimila uomini della 9° divisione tentarono di resistere ancora ad un ultimo assalto di ventitremila austro-ungarici inferociti che riuscirono a strappare il terreno ad un prezzo carissimo, insanguinato.

Iniziò il declino dell’uomo d’azione, accentuato dalle feroci critiche e dai tanti nemici guadagnati durante la sua ultima fase politica quando accettò il dicastero della guerra. Forse gli effetti di una malattia contratta in Crimea lo fecero sprofondare nella pazzia e nell’infermità di mente. Nel 1872,  nella sua casa di Alba, scelse di lasciare il mondo e una vecchiaia triste, precoce ed indegna, affidando la tempia alla sua rivoltella.

 

FedericoMosso@mole24.it

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