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Raffaele Cadorna, il legionario di San Martino

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Il 9 febbraio1815, in una Milano da poco rientrata sotto l’influenza austriaca dopo la cacciata dei napoleonici, nasceva in un palazzo patrizio il conte Raffaele Cadorna

Fin da bambino, Raffaele Cadorna capì quale sarebbe stato il suo destino. La sua passione era difatti la guerra. Il ragazzo sognava divise e polveri da sparo, onori e battaglie. Per realizzare il suo ideale di vita, emigrò giovanissimo nel Regno di Sardegna, al seguito del fratello Carlo che intraprese una brillante carriera politica prima come ministro sotto il Re Carlo Alberto, poi come presidente del consiglio di stato sotto Vittorio Emanuele II.

Per il giovane leone, la gavetta fu durissima.

Iniziò nel 1833 la vita militare indossando la divisa di soldato semplice. L’anno successivo fu promosso sottotenente di brigata a Pinerolo, storico campo di addestramento per cavalieri.

Nel corso degli anni, il soldato salì di grado, raggiungendo il rango di maggiore del regio esercito agli inizi delle ostilità contro gli austro-ungarici nella prima guerra d’Indipendenza.

La sua Milano, capitale del Regno fantoccio del Lombardo-Veneto, burattino istituzionale nelle mani di Vienna, insorse con odio dopo l’ennesima tassa vampiresca, questa volta sul tabacco.

Un’angheria in strada, subita da un cittadino che strappò dalla bocca un sigaro ad un soldato austriaco che gli soffiava il fumo in faccia per provocarlo, fu la classica goccia che fece traboccare il vaso.

Le barricate nelle vie, le fucilate dalle finestre e i cecchini dai tetti, fecero prendere ai piemontesi la decisione d’intervenire contro gli Asburgo, rappresentati dal maresciallo Radetzky, reduce da mille battaglie e campagne che infiammarono il mondo tra il XVIII e XIX secolo.

Raffaele Cadorna, il legionario di San Martino.
Raffaele Cadorna, il legionario di San Martino.

 

I tempi sembravano esser maturi per la riscossa al nord. Ma dopo i successi iniziali perdemmo il vantaggio dopo una sonora batosta nella battaglia di Milano.

Il re lasciò la metropoli lombarda, tradendola, scortato dai bersaglieri insultati dagli insorti lasciati al loro destino. Nel frattempo Cadorna eseguì il difficile compito di informare Radetzky dell’avvenuto armistizio tra le parti in lotta, con capitolazione dei Savoia.

Ma la guerra non terminò. Se la prima campagna militare del conflitto del 1848-49 si risolse nella sconfitta, la seconda terminò con un disastro.

A Novara Carlo Alberto subì una tragica disfatta e abdicò per l’onta.

Anche Cadorna partecipò alla battaglia. Per la vergogna, però, lasciò l’esercito sabaudo per arruolarsi ad Algeri nella legione straniera.

Sono anni di avventure nordafricane. Tra le dune sahariane dello Mzab e le burrascose  province della Cabilia, a combattere con il kepi le tribù berbere insofferenti al dominio francese, insieme ad altri avventurieri, mercenari, tagliagole e pendagli da forca. La parentesi coloniale però dura pochi anni. Il Regno di Sardegna lo richiama a sé per la spedizione di Crimea. In questa occasione, sotto il comando di Alfonso La Marmora, si batte con ardore ottenendo fama e popolarità.

Nella seconda guerra d’indipendenza (1859-1861), che farà l’Italia, l’ufficiale consacrò la sua carriera militare distinguendosi nella battaglia di Solferino e San Martino del giugno ’59.

Quel giorno di caldo infernale fu un macello.

Per quattordici ore, polverose ed afose, 230.000 uomini si massacrarono senza tirare il fiato in una delle più grandi e sanguinose battaglie del XIX secolo.

Nel carnaio si gettarono eserciti dalle divise più disparate. C’erano gli zuavi algerini dai calzoni rossi stretti sotto il ginocchio, maestri nel corpo a corpo.

Squadroni di ulani a cavallo, cavalieri polacchi fedeli a Francesco Giuseppe, non esitarono a buttarsi nella mischia.

La guardia imperiale di Napoleone III, l’elite della Francia, dovette anch’essa intervenire. I reggimenti di fanteria di linea austriaci si batterono nella determinata ricerca delle vittoria.

 

Raffaele Cadorna, il legionario di San Martino.
Raffaele Cadorna, il legionario di San Martino.

E poi c’erano i sardo-piemontesi, con i loro cavalleggeri, granatieri e naturalmente i cappelli piumati dei bersaglieri, di cui faceva parte il tenente colonnello Raffaele Cadorna che al comando della 29° compagnia lottò per il controllo di Pozzolengo.

Alla sera, sul campo di battaglia insanguinato, giacevano quasi 40.000 tra morti e feriti.

La vittoria non fu solo piemontese ma italiana.

L’esperienza militare di Cadorna tornò utile nel meridione unificato per arginare la guerriglia condotta da briganti secondo alcuni, da partigiani borbonici lealisti secondo altri.

Al grido di “Viva Francesco II” e di “Viva Santa Rosalia”, Palermo insorse contro la nuova autorità venuta dal nord. Raffaele, nominato commissario militare con poteri speciali, venne spedito in tutta fretta a sedare le sommosse che soffocò con particolare durezza.

Furono giorni di feroce repressione, di condanne a morte sommarie, di folle messe al muro, di plotoni di esecuzione che facevano gli straordinari.

Stessi metodi che furono adottati per i rigurgiti nostalgici del vecchio potere austriaco, esplosi in Emilia-Romagna a seguito di nuovi odiosi tributi e che diedero al generale di Vittorio Emanuele II nuovi pieni poteri e libertà d’azione nella sanguinosa operazione anti-insurrezionale.

Il 12 settembre 1870, Raffaele Cadorna, alla testa di un esercito di 65.000 uomini, invade lo Stato Pontificio, ancora debolmente difeso da guardie svizzere con fucili al posto delle alabarde, volontari cattolici provenienti da tutt’Europa, dragoni pontifici e zuavi papalini con il rosario appeso alla cinta come a voler proteggere il ventre dalle pallottole con l’aiuto del cielo.

L’ordine di Cadorna di cannoneggiare le mura di Roma, permise ai bersaglieri di entrare in città dalla celebre breccia di Porta Pia e mentre gli irriducibili di Pio IX opponevano un’inutile resistenza, si compiva l’ultimo atto del Risorgimento.

L’Italia era fatta.

 

Federico Mosso

 

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