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Torino Expo 1911: il viaggio nel tempo di un sabaudo

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Torino, un giorno d’estate del 1911.

Nella mia prima gita spazio-temporale, mi ritrovo in un vagone di seconda classe sull’espresso Roma-Torino arrostito dal sole di luglio.

Con me una folla eccitata ciarla in diversi dialetti che furono pontifici e borbonici, in un concerto stonato incomprensibile alle mie orecchie.

Sono le genti che accorrono nella loro prima capitale ad ammirare il grande palcoscenico allestito per l’Expo 1911, ovvero l’Esposizione internazionale 1911, ufficialmente battezzata come Esposizione internazionale dell’industria e del lavoro. Sono milioni i visitatori da tutto il mondo (sette milioni poi saranno per l’esattezza), che in questi mesi affollano gli alberghi cittadini e i padiglioni del Valentino.

Balzo sulla banchina tra torri di bauli e muri di valigie con in testa la mia magnifica paglietta all’ultimo grido per proteggermi dal sol leone che brucia e mi aggrappo al ferro del tram della linea 4 che in questi anni copre i tre chilometri e mezzo tra il monumento di Crimea e piazza Emanuele Filiberto.

Il parco del Valentino è la mia fermata: non è la prima volta che tra gli alberi e i prati a ridosso del Po viene ospitata una grande fiera. Già nel 1884, nel 1898 e nel 1902 ci furono grandi successi, tra balli, concerti, ricevimenti, conferenze, concorsi ippici, manifestazioni di ogni genere e feste per tutti. Di quelle edizioni, rimane il divertente giocattolo del Borgo medievale per cavalieri improvvisati e castellane novecentesche e la fontana allegorica dei dodici mesi.

La lira che lascio all’ingresso, dove poi nel 1930 si costruirà l’Arco per l’Arma dell’Artiglieria,  è la chiave per il reame delle meraviglie.

Torino Expo 1911: il viaggio nel tempo di un sabaudo
Torino Expo 1911: il viaggio nel tempo di un sabaudo

Alla mia destra si erge l’immenso padiglione per “l’Arte applicata all’industria” dell’impero del Giappone.

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Mi aspettavo una pagoda o una riproduzione di un castello feudale come quelli dove scorreva il sangue dei samurai invece ho di fronte un finto palazzo un po’ neoclassico un po’ barocco, uno strano incontro tra una cupola di Bernini e il campidoglio americano. E’ l’omaggio, in gesso e legno, del Sol Levante al nostro rinascimento e all’architettura dell’Urbe.

All’interno, eleganti uomini d’affari nipponici, in vesti di sartoria occidentale, affiancati da pallide ed esotiche signore in kimono,  illustrano con i loro stand la sintesi di quello che vuol essere l’Expo.

In questa sedeinfatti, dispendiosa vetrina commerciale, pubblicitaria e di marketing, si vuole sottolineare il connubio, inscindibile con il progresso dei mercati, dell’industria e dei gusti del consumatore belle epoque, tra utilità e gusto, tra tecnica ed estetica, tra pragmatismo e vantaggi.

Il prodotto nuovo è utile e bello.

Ed è questo il fine ultime di questo grande circo tecnologico e di vanti internazionali; è lo stupefacente baraccone del mercato globale.

Ogni stand scintillante, ogni padiglione fintamente faraonico, si impone sui visitatori per esaltare le doti di una Nazione, in una gara affaristica e di vanteria su chi eccelle in un settore piuttosto che in un altro. Ne è la prova il bel palazzo della moda, dove noi torinesi qua eccellevamo fino al sorpasso un po’ ladresco di Milano, dove le signore metropolitane si accalcano tra sete, stivaletti e cappelli piumati.

Più mi immergo nell’evento, maggiore è la mia eccitazione. Le bande all’aperto fanno la colonna sonora di valzer e polka mentre sui viali i nuovi prodigi automobilistici italiani, che brillano al sole, guidati da esperti chauffeurs baffuti e dagli occhiali con lenti scure che li fanno assomigliare a uomini-insetto, fendono la folla dalla bocca spalancata.

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Come un bambino in parco giochi, non so in quale giostra dedicarmi per prima.

C’è la lontanissima Nuova Zelanda, con i suoi strani frutti dal cuore verde come lo smeraldo, c’è la rappresentanza di Persia con i suoi profumi di antichi bazar, c’è l’impero di Russia che racconta la sua vastità e la sua presunta potenza.

Mi incuriosisco con lo stand della Serbia che sembra una cattedrale ortodossa, girovago tra le curiosità manifatturiere nello spazio delle colonie francesi all’ombra del castello che fu di Maria Cristina di Borbone, sorseggio del te alla menta con funzionari turchi dai fez amaranto tra i tappeti dell’impero di Mehmet V.

Torino Expo 1911: il viaggio nel tempo di un sabaudo

Ma rimango davvero stupito quando mia appare di fronte la costruzione degli ungheresi.

La tenda-palazzo di Re Attila si presenta come una fortezza in legno, dalle linee squadrate e severe, una sorta di curioso edificio ispirato da storie guerriere magiare e da un avvenirismo art déco.

Vicino al Ponte Isabella, io e altri piemontesi rimaniamo sbigottiti d’innanzi all’affascinante padiglione del Siam, che come un tempio sull’acqua, si affaccia con le sue terrazze sul fiume dando una prova surreale di sé, con la cupola dorata che sembra uscita dalla scenografia di un film muto sul misterioso oriente.

Anche il regno di Rama VII, terra di tigri e di oppio, ha voluto onorare la terra di Piemonte con la sua ambasciata commerciale e culturale.

Passando al di là del fiume, sulla sponda collinare, si ha come l’impressione di attraversare simbolicamente l’oceano Atlantico, per approdare nel Nuovo Mondo. Argentina , Brasile, Uruguay, Nicaragua, Ecuador, Venezuela.

Nazioni giovani, dalle buone speranze industriali e economiche  poi tradite per lo più.

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Gli Stati Uniti già si fanno notare per l’eccellenza della loro tecnologia meccanica e per il pionierismo commerciale sicuro nel trovare nuovi sbocchi anche sotto le Alpi.

E poi, trovo il giusto rinfresco alla calura della gita nella brasserie della maison Moёt & Chandon dove, insieme a ingegneri tedeschi, funzionari del Congo Belga, mercanti di tessuti thai e affaristi sudamericani,  alzo la coppa che frizza di bollicine preziose per onorare l’intraprendenza sabauda e a Torino oggi ombelico del mondo.

 

Federico Mosso

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