38 anni fa come oggi le BR uccidevano Piero Coggiola

38 anni fa come oggi le BR uccidevano Piero Coggiola

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Come tutte le mattine anche in quel 28 settembre 1978 Piero Coggiola esce dalla palazzina di via Servais in cui abita con la moglie e le figlie per prendere il pulmino che lo porterà allo stabilimento Lancia di Chivasso, dove è dirigente del reparto verniciatura.

La via è ancora sprofondata nel sonno e nel torpore del primo mattino, per strada non c’è quasi nessuno.

Coggiola, accompagnato dalla moglie Mirna prepara la sua borsa e scende in strada per raggiungere lo spiazzo dove tutte le mattine si ferma il pulmino.

Dopo aver salutato il marito e avergli augurato il consueto “Buon lavoro” la donna torna verso casa.

Il dirigente è solo, non si è accorto del giovane vestito d’azzurro che lo segue a breve distanza sul marciapiede opposto, né di un altro uomo che sta appoggiato all’inferriata del parco giochi poco più avanti.

Sotto gli occhi di tre inquilini che stanno facendo colazione e che per caso assistono dalla finestra aperta alla scena, il giovane si avvicina al dirigente, bofonchia qualcosa – probabilmente gli chiede se davvero è Coggiola  della Lancia –  poi estrae una Beretta calibro 99 ed inizia a sparare mirando alle gambe ed indietreggiando.

Il complice resta a distanza, impugnando – diranno i testimoni – un’arma dalla canna lunga, forse una pistola con silenziatore o un mitra.

Nessuno però riesce a vederlo in faccia.

 

33 anni fa come oggi le BR uccidevano Piero Coggiola

Tredici i colpi in rapida successione, l’intero caricatore più il colpo in canna, vengono scaricati sulle gambe del dirigente che si accascia in una pozza di sangue e fa appello alle residue forze per chiedere aiuto e un’ambulanza. Le finestre si spalancano.

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La moglie, sulla soglia di casa, ha sentito tutto. Prima gli spari e poi il lamento del marito, corre verso lo spiazzo e trova l’uomo ormai agonizzante.

La donna cerca di tamponare come può le ferite con la sua vestaglia mentre uno studente di medicina stringe un laccio emostatico alla coscia per fermare l’emorragia.

Sul posto arrivano le prime volanti della polizia e gli agenti trovano una Beretta 90, con il caricatore pieno e la matricola abrasa, l’arma di riserva che il terrorista ha probabilmente perso nella fuga. In un primo momento si pensa alla pistola sottratta al maresciallo Berardi, ucciso pochi mesi prima, ma la supposizione cade subito.

Coggiola viene trasferito d’urgenza al Maria Vittoria dove arriva alle 7.25.

Morirà alle 8, ormai dissanguato dai 13 colpi sparati alle gambe.

Poco dopo una telefonata anonima di rivendicazione giunge nella redazione de La Stampa.<Abbiamo azzoppato Coggiola, telefonate anche all’Ansa>.

Quello che ancora i terroristi non sanno ma che scopriranno poche ore dopo è che COGGIOLA è morto.

Volevano gambizzarlo, invece lo hanno ucciso.

 

La Redazione di Mole 24

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