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Omicidi, stragi, sparizioni ed anni di piombo: anche questa è Torino

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Omicidi di ‘Ndrangheta, tragedie inspiegabili, bande sanguinarie, misteriose sparizioni, delitti irrisolti, anni di piombo. In questi ultimi decenni, Torino non si è fatta mancare nulla.

La nomea di “città esoterica” sembra non essere casuale alla luce di alcuni episodi di cronaca nera. Purtroppo l’anno che si è appena concluso è stato particolarmente ricco di omicidi: nel 2010, si sono verificati 37 delitti in tutto il Piemonte, ben 22 nella sola Torino.

Sotto la Mole Antonelliana sono stati 13 nel 2009, 19 nel 2008, 10 nel 2007. Un trend in ascesa allarmante che si spera non sia confermato nel 2011. Gli episodi più curiosi o inquietanti, però, risalgono al passato.

E’ il caso, ad esempio, dell’incendio del cinema Statuto, a causa del quale il 13 febbraio 1983 muoiono 64 persone. In sala è in proiezione il film “La capra”, con Gerard Depardieu: le fiamme si propagano probabilmente partendo da una vecchia tenda, e le vittime, pur tentando la fuga, trovano le uscite di sicurezza chiuse e bloccate.

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Il rogo del cinema Statutp.

Un episodio che diventa famoso anche in chiave esoterica: la tragedia avviene nella zona adiacente a piazza Statuto, considerato luogo di energie negative, il giorno 13, che nelle carte dei tarocchi appartiene all’Arcano senza Nome (la Morte); “La Capra”, titolo del film, è un animale accostato al demonio, infine i 64 morti sono suddivisi in maniera perfetta: 31 uomini, 31 donne, 1 bambino e 1 bambina.

E 31, letto al contrario, è 13. Suggestioni, agevolate dal fatto che le porte per le uscite d’emergenza erano misteriosamente bloccate.

Proprio per quest’ultimo motivo sono stati condannati il titolare, la maschera e gli operai che avevano lavorato all’interno del cinema.

Nessuna conseguenza invece per i componenti della Commissione di vigilanza che hanno dato il benestare alla riapertura della sala.

Altra curiosità: una coppia di sposi, Paolo e Maddalena, quella sera decide di non recarsi al cinema perché memore di un “segnale” riscontrato durante una seduta spiritica di tanti anni prima. La loro salvezza.

Ben poco esoterico invece il duplice omicidio ad opera di Paolo Genco, il 21 Giugno 2005, nell’affollato mercato rionale di corso Cincinnato. Vittime Fabrizio Natale, 41 anni, e Maria Marando di 23 (ex fidanzata di Genco), freddati con alcuni colpi di pistola.

Un’esecuzione premeditata per punire l’ex fidanzata e la nuova fiamma di quest’ultima, epilogo tragico di una storia d’amore durata 6 anni tra Maria e il suo aguzzino.

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Alle porte di Torino, c’è invece la matrice della ‘ndrangheta negli omicidi di Antonio e Antonino Stefanelli, Franco Mancuso e Roberto Romeo. Una storia che comincia il 3 maggio 1996 con il ritrovamento nei boschi di Chianocco, in valle di Susa, del cadavere bruciato di Francesco Marando. Il fratello della vittima, Domenico Marando, boss emergente della ‘ndrangheta torinese, accusa Antonio Stefanelli di essere il mandante di quell’omicidio.

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I tentativi dello zio di Antonio, Antonino, di rappacificare le famiglie si rivelano inutili: quando i due Stefanelli si presentano nella villa dei Marando, in frazione Tedeschi di Volpiano, accompagnati dai guardaspalle Francesco Mancuso e Roberto Romeo, scoppia l’inferno.

E’ il 1 giugno 1997, gli Stefanelli e Mancuso sono uccisi sul posto e i cadaveri vengono fatti sparire. Romeo, rimasto all’esterno, riesce a fuggire, ma è rintracciato e giustiziato il 30 gennaio 1998 in una stradina dietro all’ex stabilimento Fiat di Rivalta.

L’iter giudiziario si conclude con le condanne, nell’ottobre 2000, di Domenico Marando e Giuseppe Leuzzi, quest’ultimo insospettabile titolare della Ciat Spa, un’impresa edile con sede in via Reiss Romoli.

Se Bologna ha avuto la “banda della Uno bianca” e Roma “la banda della Magliana”, a Torino c’è stata la “banda della collina” a seminare il terrore: 34 rapine, 2 omicidi, violenze di ogni tipo nei confronti delle vittime, oltre 2 miliardi di vecchie lire di bottino. Il risultato di notti di paura fra l’ottobre 1984 e il novembre 1985. La banda, capeggiata da Mario Selis, ha sfidato portoni blindati, cani addestrati e vittime pronte a sparare per difendersi.

L’epilogo nella notte del 28 novembre 1985, quando Selis, Lito Geraldi, Fabrizio Melchiorre e Gianfranco Nicola danno l’assalto alla casa del dentista Mario Garzino Demo.

All’interno ci sono la moglie, Maria Teresa Molaschi, la colf, Trinidad Carmona, e il figlio, Marco, che corre in camera sua e comincia a sparare. I banditi rispondono, uccidendo le due donne. Selis rimane ferito ed è scaricato dai complici all’ospedale di Moncalieri.

Omicidi, stragi, sparizioni ed anni di piombo: anche questa è Torino
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Nel giro di pochi giorni, vengono arrestate altre 23 persone: nei racconto di Selis la violenza di una banda che ha compiuto anche atti di libidine su donne e ragazzine, sotto la minaccia delle armi.
Ci sono anche probabili innocenti che vanno in galera: il caso di Antonio Ferraro, condannato a 20 anni in primo grado ma assolto in Appello (dopo 4 anni passati in carcere) dall’accusa di aver ucciso, assieme alla fidanzata Giulia Fiori, la giovane Deborah Rossi.

Un omicidio consegnato agli onori della cronaca come “il delitto del ferro da stiro”, perché la vittima, al quinto mese di gravidanza, è stata colpita alla testa con un ferro da stiro e poi trafitta da sette coltellate il 20 settembre 2006 nel suo appartamento in via Stradella. Unica colpevole è rimasta Giulia Fiori, condannata in via definitiva.

E ci sono delitti ancora senza colpevoli. Il mistero più famoso riguarda Giuseppe Nerbo, torinese sparito nel nulla dopo una rapina a Imperia nel 1987, bottino 2 miliardi di lire: una gran somma all’epoca. Nel 1996 le dichiarazioni di un pentito portano ad indagare nove pregiudicati, ma non si è mai riusciti ad andare oltre.

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Stessa sorte per gli omicidi di Giuseppe Tony Fierro, avvenuto nel 1983, e di Luigi Allais, freddato a Moncalieri nell’aprile 1982: buio totale.

Casi più recenti sono quelli di Luigia Mastrosimone, anziana uccisa all’interno della propria abitazione, forse per rapina, il 30 ottobre 2008; Lorenzo Spampinato, boss emergente, pregiudicato, ucciso il 22 gennaio 2006 sotto casa sua; Ignazio Rimi, freddato il 2 dicembre 2006 in piazza Bruno Caccia, mentre era all’interno della propria auto, da due uomini poi fuggiti a piedi e mai più trovati; la coppia di rumeni  Gabriela Nicoara e Valerica Dascalu, raggiunta da una scarica di colpi di una pistola semiautomatica in via Lima, quartiere Santa Rita, nella notte del 24 gennaio 2008.

L’omicidio di un altro ragazzo di origini rumene, George Monteanu, di soli 15 anni e molto amato nel quartiere, accoltellato nei giardini di via Vibò il 30 gennaio 2010, scuoterà le cronache locali: condannati due fratelli, connazionali della vittima.

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Particolarmente sanguinosi, a Torino come in tutta Italia, gli anni di piombo: il 9 marzo 1979 muore lo studente Emanuele Iurilli, senza sapere perché, raggiunto da un proiettile volante durante una sparatoria tra terroristi di Prima Linea e Forze dell’Ordine presso il bar dell’Angelo di via Millio, borgo San Paolo.

Intenzione di Prima Linea, in realtà, era vendicare la morte di “Charlie” e “Carla”, alias Carla Azzaroni e Matteo Cageggi, uccisi sempre durante una sparatoria con le Forze dell’ordine all’interno dello stesso bar il 28 febbraio 1979.

Non finisce qui: il 18 luglio 1979 un attivista di Prima Linea uccide il barista del medesimo bar, Carmine Civitate, considerato la “spia” che ha provocato la morte di “Charlie e Carla”. In realtà il processo chiarirà che era stato un tabaccaio ad avvertire la polizia di presenze sospette, e non il barista.

Pochi anni prima, il 12 marzo 1977, il brigadiere di pubblica sicurezza Giuseppe Ciotta è ucciso davanti alla propria abitazione, in via Gorizia 67, il 12 marzo 1977 dalle Brigate Comuniste Combattenti, da cui nascerà appunto Prima Linea. Il 28 aprile 1977 le BR uccidono l’avvocato Fulvio Croce, colpevole di essersi fatto carico della difesa dei brigatisti: l’avvocato viene freddato all’interno dell’androne di via Perrone 5, dove abitava.

Il 3 maggio dello stesso anno è in programma la riapertura del processo ai capi storici delle BR, ma gli imputati intendono rifiutarlo minacciando di morte ogni avvocato difensore disposto ad accettare l’incarico: con Croce, le BR sono passate dalle parole ai fatti. Il 16 novembre 1977 ancora le BR sparano a Carlo Casalegno, giornalista, ex partigiano di Giustizia e Libertà, vice direttore de La Stampa schieratosi apertamente contro il terrorismo.

Raggiunto da quattro colpi di pistola in faccia davanti al portone di casa sua, in corse Re Umberto 54, muore dopo 13 giorni di agonia il 29 novembre 1977.

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La scia di sangue delle BR continua nel 1978: Il 10 marzo il maresciallo della Polizia Rosario Berardi è raggiunto da 3 colpi sparati alla schiena e altri quattro successivamente a testa e braccia mentre aspettava il tram numero 7 in un tratto di corso Belgio che è stato poi rinominato, in suo onore, largo Berardi; l’11 aprile in Lungo Dora Napoli è ucciso Lorenzo Cotugno, agente di custodia alle Carceri Nuove; il 18 settembre tocca a Piero Coggiola, dirigente della Lancia di Chivasso, ucciso alle 7 del mattino in via Servais 176.

Il 15 dicembre i poco più che ventenni Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu, poliziotti di leva, sono crivellati di colpi sotto le mura delle Carceri Nuove, dove i due erano di guardia: da una camionetta con a bordo un commando delle BR partono ben 65 colpi.

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Il 21 settembre 1979 è Prima Linea a rivendicare l’assassinio di Carlo Ghiglieno, alto dirigente Fiat, raggiunto in via Petrarca da sette proiettili sparati alle spalle.

L’omicidio più efferato di quegli anni di tensione è ai danni di Roberto Crescenzio, studente lavoratore poco più che ventenne che si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato: il 1 ottobre 1977, durante una manifestazione organizzata da Lotta Continua per protestare contro l’uccisione del militante Walter Rossi avvenuta il giorno prima a Roma per mano dei Nar, un gruppo di giovani si stacca dal corteo e lancia molotov contro il bar “Angelo Azzurro”, in via Po 46, considerato a torto un covo di neo-fascisti.

All’interno del locale si trova l’incolpevole Crescenzio, che resta intrappolato nelle fiamme e muore dopo due giorni di terribile agonia.

Dagli anni di piombo alle sparizioni misteriose: in provincia di Torino sono ben sette le torinesi scomparse, tutte donne. Solo due vivevano nel capoluogo.

Il 10 settembre 1986 Sabina Badami sparisce, come inghiottita nel nulla. Del caso si occuperà, anni dopo, “Chi l’ha visto”. Lavorava in corso Tazzoli, probabilmente è stata testimone di una rapina prima di volatilizzarsi. Mariangela Corradin, detta Carmen, fa perdere invece le sue tracce l’11 agosto 1995: abitava in periferia e aveva un rapporto burrascoso con il convivente.

 

Riccardo Ghezzi

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