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Fatta la metropolitana, facciamo i metropolitani

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Torino Fatta la metropolitana, facciamo i metropolitani
Torino Fatta la metropolitana, facciamo i metropolitani

La città ne parlava da sessant’anni, dalla fine della guerra.

Oltre alla indubbia utilità pratica, era anche una riga da aggiungere sul curriculum di Torino: “Ecco, ce l’abbiamo anche noi, siamo una città del mondo”. E man mano che i decenni passavano, la città si era inventata dei surrogati di dubbio gusto, dalla improbabile monorotaia di Italia ’61 all’immane spreco di soldi ed energie della metropolitana leggera, per gli amici “il 3”: una tranvia fortemente voluta dal sindaco Diego Novelli e nota in città per collegare il niente con il niente (le carceri delle Vallette con Piazza Hermada, cioè le campagne con i boschi del precollina) senza nemmeno prendersi la briga di passare per il centro, limitandosi a lambirlo.

Si sta parlando, ovviamente, della metropolitana: dal 2006 ce l’abbiamo, è cosa fatta, via il dente via il dolore.

Addirittura, dal 2011 è completa, porta in una mezz’oretta da Collegno al Lingotto passando per Porta Nuova: strepitoso. I nonni che per anni ci avevano tartassato con il mantra “Chissà se la vedrò finita, la metropolitana di Torino” si dovranno inventare un nuovo nemico pubblico (niente paura, c’è già: il passante ferroviario, “Farò prima a morire io che loro a finire il passante ferroviario”: alzi la mano chi non l’ha già sentita).

Torino Fatta la metropolitana, facciamo i metropolitani
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Ma il punto non è tanto la metropolitana, sono i “metropolitani”: l’abbiamo sospirata per decenni, ora sappiamo utilizzarla? Ogni luogo, reale, figurato o circostanziato ha il suo galateo, la sua etichetta.

Per carità, le linee guida generali le abbiamo interiorizzate: non organizziamo spaghettate dentro gli ascensori, non sfondiamo i tornelli con foga rugbystica, non utilizziamo le scale mobili per la finale del campionato condominiale di snowboard. Ma proprio le scale mobili sono una delle pietre dello scandalo: la banale regola del “tieni la destra!” non ci entra in testa, e sia in discesa che in risalita i torinesi occupano lo spazio della scala mobile con la stessa organizzazione di una mandria di gnu.

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In parole povere: spiegano i saggi che la sinistra, sulla scala mobile, serve per chi ha veramente veramente fretta. E non gli basta essere su un mezzo che già lo porta dabbasso, no! Deve correrci giù a perdifiato, perché è in ritardo.

Concetto semplice, ma uno deve farci l’abitudine. Piccolo aneddoto di vita vissuta: nel mio primo viaggio a Londra stavo risalendo in superficie a Blackfriars Bridge (il Ponte dei Frati Neri, di ambrosoliana memoria), ed ero spiaggiato sulla scala mobile senza il minimo ritegno.

Stavo esattamente dove mi pareva, chiacchierando distrattamente con un amico. A un certo punto un furente autoctono mi bussa sulla spalla e cogli occhi gonfi di disprezzo mi sibila: “European, keep the right!” (europeo, tieni la destra!). Ora, al di là delle categorie di ragionamento di un trentenne britannico, che divide l’Europa in Inglesi e non-Inglesi, era inequivocabile che avevo fatto la figura del provincialotto.

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La fanno facile, i londinesi: loro utilizzano la metropolitana dal 1863 ed hanno avuto tutto il tempo per metabolizzare schemi di comportamento tutto sommato banali. Li aiutano, inoltre, una miriade di adesivi ovali, disseminati su tutte le scale mobili di tutte le fermate delle 12 linee di metro: sono blu, e dicono tutti la stessa cosa, “Keep the right” – potremmo metterne di simili anche noi, perché no?

E permettono non solo un utilizzo più razionale della metropolitana, ma anche ad un trentenne azzimato di dare del sempliciotto (e a questo punto dell’analfabeta, con piena ragione) a quell’italiano in mezzo alle scatole. Pardon, a quell’europeo.

 

Umberto Mangiardi

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